Alla ricerca del vitigno perduto

Un rigorosa attività di ricognizione in Emilia-Romagna ha permesso di analizzare origine e parentele di 203 accessioni. E di individuare vecchie varietà meritevoli di valorizzazione


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Le valutazioni sul patrimonio viticolo locale sono sempre in divenire, poiché ulteriori confronti consentono di trovare differenti punti di vista e nuove evidenze, ma un recente progetto coordinato dal CRPV (si veda nel riquadro) ha apportato qualche elemento conoscitivo in più riguardo alla biodiversità viticola dell’Emilia-Romagna.

La risalita sulla “via del sale”

Il Bervedino, varietà piacentina che con questa denominazione è attestata sui documenti solo a partire dagli anni ‘60 del Novecento, non si sapeva ad esempio che origine avesse, ma recenti studi molecolari avevano stabilito la sinonimia tra Bervedino, Vernaccia di San Gimignano (vitigno toscano) e Piccabon (vitigno ligure); secondo alcuni autori, poi, ci sarebbe anche la sinonimia con alcune accessioni identificate come “Canaiolo Bianco” (Torello Marinoni et al., 2009; Storchi et al., 2011). In questo caso l’indagine bibliografica ha consentito di approfondire il percorso della Vernaccia verso il Piacentino, a partire dalla Liguria, poiché quella è la sua terra di diffusione: una novella di Franco Sacchetti (1332-1400) parla dell’introduzione in Toscana di maglioli di Vernaccia dalle “Cinque Terre”, ma si può ragionevolmente ipotizzare che dalla Liguria il vitigno sia giunto anche nel Piacentino, visto che la cosiddetta “via del sale” collegava Piacenza a Genova, passando per la Valtrebbia, già in epoca tardo Romana e Medievale. Spostando l’attenzione sul nome Vernaccia, si trovano documenti anche molto antichi che ci raccontano della presenza del vitigno sul territorio. A questo punto si può pensare che il biotipo di Vernaccia arrivato sino a noi con il nome di Bervedino sia il frutto di decenni di selezione operata dagli agricoltori piacentini verso quei soggetti (piante di vite) che si mostravano più buoni o più produttivi e meglio adattati al loro ambiente di coltivazione.

Ai fini della conservazione della variabilità biologica, quindi, potrebbe essere interessante mantenere i biotipi locali di una varietà nota a livello nazionale, in questo modo si potrebbe arrivare a disporre di cloni più adatti ai diversi areali di coltivazione della varietà medesima.

La migrazione del Besgano nero

Sempre in termini di diffusione territoriale di un vitigno, è risultato piuttosto interessante il percorso da ovest verso est del Besgano nero, che strada facendo ha assunto anche denominazioni differenti. L’ampelografia universale del conte di Rovasenda (1877) riporta un generico “Besgano” di Pavia e Piacenza, probabile sinonimo di Grignolò, facendo riferimento ad Acerbi che si riferisce ad una delle “Viti della provincia milanese, descritte dai traduttori e commentatori degli elementi del Mitterpacher”, ed in particolare alla “Vite Besgano di S. Colombano pur essa detta Grignolò. Uva grossa e nera, migliore per cibo che per bevanda”. La descrizione corrisponde al Besgano che è giunto sino a noi. Acerbi descrive poi una “Besegana” tra le uve colorate della provincia di Cremona e un “Bersegano o Basgano” tra le uve colorate dei colli dell’Oltrepò Pavese e in entrambi i casi afferma che si tratta di uve poco idonee a produrre vino, ma molto buone come uve da mensa e da serbo.

A metà dell’Ottocento, il Besgano era arrivato fino al Ferrarese, come ci attesta un volumetto sullo stato dell’agricoltura del 1845, che cita l’uva “basgana”. Sempre nella prima metà dell’Ottocento, poi, si trovano attestazioni del Besgano in vari vocabolari dialettali del tempo: il Foresti scrive che il piacentino “Basgan” potrebbe forse corrispondere alla “Colombana”, il Peschieri cita un “Besgàn” tra i termini dialettali parmensi che indicano delle uve, ma non riesce a trovare un corrispondente termine italiano; il milanese Cherubini riporta il nome “Besgàn o Besgànna” e rimanda a “Grignolò, Uva d’acino grosso e oblunghetto e di grappolo per lo più spargolo. Ve n’ha di rossa e di bianca. Fra noi è sempre detta Grignolò; verso il Piacentino Besgàn o Besgànna”. Nel dizionario etimologico italiano, si legge di uno “speciale vitigno storicamente coltivato in area veneta ed emiliana, detto besgano”.

Le verifiche ampelografiche, ampelometriche e genetiche sui vitigni presenti nella collezione di ASTRA-Innovazione e sviluppo di Tebano di Faenza (RA), hanno consentito poi di affermare che anche le accessioni denominate “Burghisana” e “Grillone” sono riconducibili al Begano nero. Queste accessioni erano state reperite intorno al 1970 in aziende della Bassa Romagna (la prima a Santerno e la seconda a Voltana), a testimonianza della diffusione del Besgano nero fino al Ravennate, pur essendo uno dei vitigni che caratterizzò l’epopea della viticoltura da tavola, iniziata proprio nel Piacentino a fine Ottocento.

Sinonimia smentita dai documenti

Grazie alla genetica e ad una più accurata analisi documentale, si è riusciti a dirimere la sinonimia Spergola/Pellegrina, arrivando alla conclusione che si tratta di due varietà distinte, nonostante la morfologia simile avesse portato i vecchi ampelografi a dire il contrario.

L’identità tra Spargolina e Pellegrina fu suggerita da Marescalchi e Dalmasso, che nella loro Storia della vite e del vino (1937) riprendono alcune parti dell’opera di Vincenzo Tanara che trattano di una varietà detta Pomoria o Pellegrina che “fa vino brusco, picciolo e dura assai” (Tanara, 1644) e dicono che questa varietà “è citata da Froio come uva Bolognese; oggi si trova sui colli Reggiani una Spargolina o Pellegrina”. Quindi l’assimilazione tra i vitigni Spergola e Pellegrina è relativamente recente, visto che Tanara si era limitato a citare una “Pomoria, over Peregrina” il cui vino in effetti ha tutte le caratteristiche della Pellegrina vinificata in purezza di oggi.

Nel 1927 la rivista “L’Italia Agricola” riporta di una “pellegrina coltivata nella bassa verso il confine bolognese, col suo vinetto agro ma serbevolissimo, ottimo per dissetare se allungato con acqua”, descrizione che si attaglia perfettamente ai ricordi degli agricoltori più anziani di Finale Emilia e dintorni. La Spargolina, invece, viene collocata al colle e in particolare come ingrediente per i vini di Scandiano, Casalgrande e Albinea.

Andando più indietro nel tempo, il conte di Rovasenda (1877) cita una Spargoletta bianca, coltivata a Sassuolo di Modena, e una Pellegrina o Pissotta fra le uve bianche di Mirandola, senza indicare relazioni tra queste varietà. Questo potrebbe ragionevolmente far supporre che esisteva un’uva di colle, forse riconducibile a Spergola, che nulla aveva a che spartire con la Pellegrina della bassa modenese. Il contributo all’ampelografia Modenese di Malavasi (1879), poi, ritrae due vitigni ben differenziati descrivendo Spergolina (Spargolina?) e Pellegrina (Pissotta), come pure diverse sono le descrizioni che compaiono nel Catalogo del Maini (1851), da cui si evince che la Spargoletta è più simile alla Vernaccia, con l’acino non troppo grosso e quasi traslucido, mentre la grossezza e la pruinosità dell’acino di Pellegrina sono superiori.

L’analisi ampelografica e quella ampelometrica eseguite sulle foglie di Spergola e Pellegrina hanno mostrato parecchi elementi comuni, tanto da giustificare gli equivoci insorti tra gli ampelografi del passato. Inoltre, l’analisi comparata con altre accessioni esaminate ha evidenziato una elevata probabilità di identità tra Spergola e Barbesino, una “vecchia varietà” Piacentina.

Un’altra osservazione da fare, nel complesso discorso dell’impiego della biodiversità viticola, è che alcune varietà hanno caratterizzato per secoli ben precise comunità rurali, ma l’agricoltura di oggi è decisamente più “egocentrica” rispetto al passato e con la perdita di risorse genetiche si è perso anche tutto il “saper fare” che la comunità rurale che gestiva la risorsa tramandava oralmente.

Pertanto, per la reintroduzione in coltura di vecchie varietà meritevoli potrà rendersi necessaria un’opportuna sperimentazione che le caratterizzi sotto il profilo enologico, con micro- e meso-vinificazioni finalizzate a sviluppare un percorso di valorizzazione.


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