Cina, il boom tumultuoso del secondo vigneto mondiale

Mercato allettante o pericoloso competitor? Secondo l’Oiv l’ex Celeste impero è l’unica area del mondo in cui la viticoltura continua a crescere, ma la qualità ancora stenta a decollare. E le prospettive per l’export di rossi sono in parte vanificate da un sistema di controlli acerbo, che solo ora si inizia a strutturare


cina

La Cina? Continua ad essere tremendamente vicina. Anche se il Pil non cresce più al ritmo di qualche anno fa (era fisso alle due cifre percentuali prima dell’avvio delle politiche nazionali di austerità del 2012, ora è “sceso” al 6-7%, un livello per noi comunque astronomico), l’Impero Celeste continua a detenere il ruolo da “major player” del commercio mondiale e di “Manufactory Hub” per il dominio nella produzione industriale e manifatturiera.

Una posizione di primo piano che riguarda anche la vitivinicoltura. Da tempo la produzione di vino non è infatti più un derby tra i produttori del vecchio continente. I dati dall’Oiv (quelli dello scorso aprile, aggiornati con le proiezioni dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino dello scorso 20 ottobre) descrivono una situazione del vigneto mondiale estremamente dinamica, con Paesi che stanno fortemente perdendo superficie, mentre altri scalano rapidamente scalando la classifica dei produttori vitivinicoli. Dei primi 5 produttori per estensione, tutti infatti perdono superficie tranne la Cina che – in forte controtendenza – ha impiantato 32.000 nuovi ettari nell’ultimo anno, tanto che oggi costituisce l’11% del vigneto mondiale (nel 2000 erano meno del 4%). Ci dobbiamo preoccupare quindi della Cina come di un possibile competitor futuro?

La guerra dei mercati

Il commercio mondiale del vino è un terreno di forte scontro. La crisi conosciuta in questi anni ha provocato infatti una riduzione del consumo mondiale dalla fine dell’anno 2012 e soprattutto nell’anno 2013. Il 2015 ha evidenziato un aumento della produzione mondiale (274,4 milioni di ettolitri + 2,2% rispetto al 2014, che era già in crescita), con una tendenza a puntare verso i nuovi target, ovvero USA, Giappone, Canada e, per l’appunto, Cina. Non più la Russia che nel 2015, a causa dell’embargo, ha visto una contrazione di oltre un quarto del suo valore.

In questo scenario la Cina svolge un ruolo da protagonista: primo mercato mondiale per il consumo di vino rosso, quinto paese consumatore di vino (vini fermi e vini frizzanti); sesto produttore e secondo per estensione vitata nel 2015 dopo la Spagna (v. Fig. 2 e 3).

Tre dimensioni produttive

A partire dagli anni 2000, mentre l’Europa ha conosciuto solo cali (Spagna -17%, Italia -17%, Francia -13%), la Cina ha infatti intrapreso una fase di grande espansione, arrivando a triplicare la superficie viticola di partenza.

La geografia della vitivinicoltura cinese può essere suddivisa in tre diversi livelli dimensionali e commerciali che si sono sviluppati attorno a precise zone di produzione, (v. fig. 1):

–  la provincia dello Shandong e la regione autonoma dello Xinjiang, con aree vitate medio grandi e aziende specializzate e piuttosto evolute – sia sul piano produttivo che commerciale;

–  la provincia dello Hebei (Changli e Huaizhuo), la regione autonoma del Ningxia, e la parte settentrionale della municipalità di Tianjin, caratterizzate da poli secondari, di dimensioni comprese tra i 3-7.000 ettari;

–  infine le zone marginali situate in diverse province del Nord-Ovest (Gansu, Shanxi e Shaanxi), del Sud-Ovest (Yunnan), del Nord-Est (Liaoning) e lungo il Gran Canale.

Si tratta di aree caratterizzate da monsoni o zone desertiche situate comunque intorno al 45° parallelo: queste condizioni climatiche estreme hanno costretto i produttori ad impiegare tecniche specifiche, come il seppellimento delle viti, adottato durante la stagione invernale. I fattori climatici e le difficoltà di approvvigionamento idrico per l’irrigazione nelle regioni desertiche del Nord-Ovest del paese, sono condizioni che limitano le produzioni. Proprio per questo la Vitis Amurensis ha trovato da sempre un ampio utilizzo per la sua resistenza al freddo in climi estremi, dove la Vitis Vinifera non riesce a giungere a maturazione.

I vitigni principali sono il Long Yan (“occhio di drago”), il Cabernet-Sauvignon e il Merlot nella regione dello Hebei; lo Chardonnay, mentre il Riesling Italiano e il Cabernet Gernischt, caratterizzano la produzione dello Shandong e della municipalità di Tianjin.

Crescita sfrenata e rischio frodi

La Cina, nel ranking dei produttori mondiali di vino si posiziona al sesto posto, con una produzione di 11.5 milioni di ettolitri nel 2015, dietro a Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Argentina, Cile, Australia e Sud Africa (vedi fig 3: dati forniti in occasione della conferenza stampa OIV del 20 ottobre 2016). In linea generale i vini cinesi non beneficiano neanche in patria di una forte reputazione per quanto riguarda la qualità, fondamentalmente per carenza di esperienza e di formazione enologica rispetto ai produttori europei. Benché le conoscenze ed i gusti dei consumatori cinesi siano migliorati, il pubblico è ancora lontano dallo scegliere vini raffinati. Piuttosto che comprare vini in base al gusto, la scelta dei consumatori dipende dal prezzo e dall’etichetta: la produzione interna non è pertanto spinta a promuovere un vino di migliore qualità.

Sebbene il presidente Xi Jinping, alla testa del paese dal 2012, abbia attuato una politica monetaria ultra restrittiva, volta a ridurre il deficit pubblico e a frenare la corruzione, la Cina è rimasto il primo paese consumatore di vino rosso: nel solo anno 2013, sono state consumate 1,86 miliardi di bottiglie di vino rosso: più dell’80% dei vini consumati provengono da produzione interna.

L’assenza di una vera e propria cultura vitivinicola, cioè di una background in grado di far collimare la sfera produttiva con quella sociale, è dimostrata dall’inesistenza di un sistema di certificazioni dei vini e nella mancata adesione del paese all’Organizzazione Internazionale delle Vigna e del Vino (OIV). La Cina rimane quindi un Paese enologicamente isolato, con un grande mercato interno, ma con dei limiti strutturali dovuti ad una crescita tumultuosa fin qui gestita con un’ottica poco rivolta alla qualità. Ne risulta un immenso bacino produttivo privo però di forti caratteri identitari, che ancora deve realizzare un serio sistema di disciplinari di produzione e di forme di controllo che al momento si limitano a vaghi progetti di sicurezza alimentare. Proprio per scoraggiare alcuni episodi di contraffazione ed adulterazione dei vini locali, dal novembre 2014 il Cada (Chinese Alcohol Drinks Association) ha imposto l’adozione, da parte delle aziende vinificatrici, di una certificazione gestita dalle autorità pubbliche. Ma si tratta solo di un punto di partenza in attesa di una fase di strutturazione e di formazione di competenze specifiche in un settore dove si sente un grande bisogno di investimenti nel capitale umano.

 

*Coordinatore Schema Certificazione Vini 3A-PTA fig

 

Leggi l’articolo completo pubblicato su VigneVini n. 6/2016

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