ORTICOLTURA –

Il maggiore produttore mondiale di ortaggi (più di un terzo) e frutta (circa un quinto) non è ancora riuscito a coprire il fabbisogno interno. Per poterlo fare necessita di 200mila t/anno di cibo

Cina, grande esportatore ma non autosufficiente

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Quanti sono i cinesi? Un miliardo e 300 milioni? O 400 milioni? O 500? Nemmeno le autorità centrali cinesi sanno rispondere a questa domanda. Come si fa dunque a dare dei numeri credibili sul colosso asiatico, quando persino la stima della sua popolazione ha un margine di errore di +/- 100 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione europea?

Stime abbastanza affidabili sono possibili solo a proposito della popolazione urbana, che dovrebbe aggirarsi su circa 700 milioni di persone (il condizionale sarà ovviamente d’obbligo e sottinteso dietro ogni numero di questo articolo). Più aleatoria è la stima della popolazione rurale, calcolata tra 600 e 800 milioni di persone. Ancora più impressionante è il dato relativo alla popolazione rurale che si sposterà verso le città da oggi al 2020: 200-250 milioni di persone. Numeri difficili da afferrare e accettare. In proporzione sarebbe come dire che gli abitanti di Bergamo e Brescia, nei prossimi 8 anni, dovranno tutti andare a vivere a Milano: riuscite a immaginare un esodo biblico di queste dimensioni? Eppure è quello che succede quando si “danno i numeri” a proposito della Cina.

Molte contraddizioni

Ma un fatto su cui nessuno discute è che la Cina è sicuramente oggi la seconda potenza economica mondiale, dietro solo agli Stati Uniti, ma a parere di molti il sorpasso, non solo dal punto di vista del Pil, non è molto lontano. Una nazione così grande (o un continente), non può che essere anche Paese di grandi contraddizioni.

Solo qualche esempio: si stima che ci vivano circa 300 milioni di ricchi, ovvero quasi quanto la popolazione europea (ma in Europa siamo ben lontani dall’avere 300 milioni di ricchi), ma circa il 40% del totale sono contadini che vivono in gran parte su standard tipici del Terzo Mondo. O ancora: visitando moderne megalopoli come Pechino o Shanghai abbiamo l’impressione di vivere in un Paese altamente tecnologico.

Eppure solo l’anno scorso la Cina agricola ha festeggiato il superamento, per la prima volta nella sua storia millenaria, dell’uso dell’energia meccanica su quella umana e animale (circa 52%).

L’acquisto delle terre per sfamare i cittadini

Un’altra grande contraddizione riguarda la disponibilità di terre arabili e l’autosufficienza alimentare. Il colosso asiatico deve sfamare il 20% della popolazione mondiale, ma con solo il 10% delle terre arabili. Possibile che un Paese grande come un continente abbia esaurito i terreni agricoli? È un problema cronico e secolare, ma secondo alcuni analisti si tratta anche di una scelta politica deliberata, ovvero di una sorta di colonizzazione politica “soft” (alcune organizzazioni non governative hanno infatti bollato il fenomeno come land grabbing, ovvero furto di terra), sta di fatto che negli ultimi anni la Cina ha messo in atto una sorta di “shopping” planetario di terreni agricoli, nell’ordine di qualche milione di ettari.

Il fenomeno ha riguardato inizialmente soprattutto i “vicini di casa”, quali Vietnam, Laos e Filippine a Est e Kazakhstan e Russia a Ovest, ma poi si è esteso anche all’Africa “nera” (Camerun, Uganda, Tanzania), fino ad approdare in Centro America, in particolare Cuba e Messico.

Altra grande contraddizione: la Cina è senza alcun dubbio il maggiore produttore mondiale di ortaggi (più di un terzo) e di frutta (circa un quinto); non ha però ancora raggiunto l’autosufficienza alimentare, eppure esporta in tutto il mondo circa il 30% della propria produzione ortofrutticola. L’autosufficienza alimentare è comunque da molti anni uno degli obiettivi strategici e prioritari del governo, il quale intende raggiungerla entro un ventennio, il che implica un aumento di ca. 200mila t/anno di cibo. Poiché tale incremento dovrà avvenire per forza di cose in un orizzonte di risorse sempre più scarse (suoli agricoli, ma anche acqua dolce, energia, fertilizzanti), è probabile che presto dovremo rivedere anche la nostra immagine della Cina quale “Paese del riso”.

La patata, infatti, da questo punto di vista, è una coltura molto più sostenibile, rispetto alle altre tre che rappresentano le colonne portanti dell’alimentazione umana, ovvero riso, grano e mais, quindi si prevede che dovrà fornire almeno il 50% del fabbisogno alimentare cinese nel prossimo futuro.

Piccoli numeri, grandi cambiamenti

Uno dei fenomeni che più colpiscono della Cina, dal punto di vista agricolo, è che piccolissime variazioni nei comportamenti individuali degli abitanti determinano modificazioni nazionali impressionanti, che riescono addirittura a influenzare il destino dell’interno pianeta.

Prendiamo l’esempio del pomodoro da industria, di cui si è spesso letto negli ultimi anni (“invasione” del concentrato cinese, “attentato al Made in Italy”, “pomodoro clonato”, alcuni dei titoli visti sulla stampa specializzata e non). La sua coltivazione è iniziata in Cina su larga scala a metà degli anni ’80 ed è proseguita lentamente, ma inesorabilmente, fino al 2000. Negli ultimi 10 anni, infine, ha bruciato tappe su tappe, fino quasi a decuplicare la produzione del 1999, così da farne il secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti, con una quota di poco inferiore al 20% del totale mondiale. Il picco di produzione è stato raggiunto nel 2009, con circa 8.6 milioni di t metriche (mt), su un totale mondiale di 42.5. L’Italia, giusto per capire il confronto, è pure un protagonista a livello mondiale, con oltre 5 milioni di mt.

La Cina è quindi diventata in pochi anni il nostro più forte competitore negli scambi internazionali di derivati del pomodoro e già dal 2007 ci ha scalzati dalla leadership mondiale di esportatori di pasta di pomodoro: 850mila t contro le nostre 650mila. Considerando che nel 2004 eravamo a 750mila t, si potrebbe dedurre che la forza d’urto cinese sul mercato mondiale ci ha “scippato” ben 100mila t.

Comprensibili quindi le preoccupazioni dei nostri produttori di “oro rosso”, ma riflettiamo sulle “cifre nude”, ovvero fuori dalla politica e dalla retorica. Il loro consumo procapite di pomodoro trasformato è fermo a meno di 1/10 di quello europeo, che è di circa 18-19 kg, ma se solo convincessimo ogni cinese a comprare un barattolo di pelati da 500 g in più all’anno, in un attimo la Cina non avrebbe più un kg di prodotto da venderci e noi raddoppieremo le nostre esportazioni in un battere di ciglia.

Vogliamo estremizzare questo concetto dei “piccoli numeri, grandi cambiamenti”? Il pianeta intero deve un enorme grazie ai cinesi per il fatto di essere in gran parte vegetariani (50 kg di frutta e 250 kg di ortaggi pro capite, contro una media mondiale di 100 kg). Se ogni cinese pretendesse da domani mattina una bella bistecca di manzo sulla tavola ogni settimana, pur ben lontano dagli standard europei o statunitensi, dovremmo allevare talmente tanti bovini in più, da osservare in brevissimo tempo una sensibile accelerazione del global warming dovuto alle loro emissioni di ammoniaca. È una grande fortuna, quindi, quanto all’approvvigionamento di proteine, che il reparto del fresco dei supermercati cinesi sia ancora in gran parte riempito di insetti, serpenti, tartarughe e altri animali che è meglio non nominare.

Se c’è un settore agricolo dove i numeri cinesi sono ancora più impressionanti è sicuramente quello dell’orticoltura protetta.

Serre, entro il 2020 1,5 milioni di ettari

Al momento si stima un patrimonio serricolo di ca. mezzo milione di ha di serre, ovvero 10 volte la consistenza di Paesi come l’Italia, la Spagna o la Turchia, leader nel settore, ancora niente, tuttavia, in rapporto al trend di sviluppo atteso. Le autorità centrali hanno pianificato di raggiungere entro il 2020 la consistenza astronomica di 1,5-1,7 milioni di ha di serre.

Sempre a proposito di “grandi numeri”: riuscite a immaginare di poter moltiplicare la Piana di Almeria per 25 volte in soli 10 anni? È quello che già sta succedendo all’orticoltura protetta cinese. Attualmente è concentrata soprattutto nelle province di Henan – Hebei – Shandong, veri e propri “hub” orticoli della dimensione dell’intero nostro Paese, ma i ciclopici programmi governativi la faranno debordare anno dopo anno verso le province limitrofe, fino a ricoprire completamente di serre aree pari alla nostra Pianura Padana.

La serra solare è un ulteriore esempio di come le scelte di sviluppo dei cinesi possano influenzare facilmente il destino dell’intero pianeta. Si tratta, infatti, di una struttura totalmente passiva, che non fa uso di energie fossili per il suo riscaldamento. La struttura di copertura, in materiale plastico, è sostenuta da uno spesso muro orientato a Sud, che accumula di giorno il calore del sole, per poi cederlo alle colture, a mo’ di radiatore, durante la notte. Per ridurre le dispersioni termiche, ogni sera viene srotolata sulla serra una copertura in materiale coibentante, costituita in genere da paglie o canne intrecciate (e ovviamente al mattino viene riavvolta).

È evidente che nei periodi più freddi la tenuta della copertura coibentante non è sufficiente a garantire una crescita regolare delle colture, né a impedire talvolta danni irreversibili, ma vi immaginate che effetto avrebbero sulle scorte di petrolio mondiali un milione e mezzo di ettari di serre riscaldate a gasolio?

La serra solare appare quindi come una scelta quasi obbligata, all’interno dei numeri e del sistema economico e sociale cinese, ma anch’essa non è scevra di effetti collaterali. Per poter funzionare efficacemente, infatti, è necessario che le strutture, tutte orientate a sud, non si ombreggino a vicenda, soprattutto d’inverno quando il sole è basso sull’orizzonte. Perché ciò avvenga è necessario inframmezzare una superficie incolta tra una serra e l’altra, pari alla superficie coperta.

Conclusione: è vero che il nuovo milione di ha di serre previste non richiederà energie fossili per il riscaldamento, ma consumerà 2 milioni di ha di terreno agricolo per poter funzionare, in un Paese già in carenza cronica di terreni agricoli. È chiaro che è aperto e molto serrato il dibattito tra specialisti, non solo cinesi, per cercare un modello di serra passiva più efficiente di quello attuale.

Il breve spazio di un articolo non consente quindi di dare un’idea accurata di tutti i piccoli-grandi numeri dell’agricoltura cinese, però sarà bene che tutti gli operatori comincino a occuparsene sempre di più e in modo più approfondito, visto che sono ancora misteriosi alla maggioranza, pur finendo sempre per influenzare in modo significativo addirittura il destino dell’interno pianeta. n

Si ringrazia Alessandro Amadio dell’Unido per la gentile concessione delle foto pubblicate in questo articolo.

* L’autore è del Ceres srl – Società di consulenza in agricoltura

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