Cloni: più qualità meno diversità

La viticoltura post-metanolo, per cercare la qualità, ha sacrificato la varietà intervarietale per concentrarsi su quella intravarietale. Ma forse alimentarle entrambe è possibile


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A chi pensava che la Cornacchia e l’Orpicchio fossero due fastidiosi uccellacci che becchettano qua e là, a chi già si vedeva di fronte al signor Notardomenico, ultimo discendente di un nobile giurista medievale, e a chi crede che la Caloria sia un’unità di misura per dietisti (che guaio non avere l’accento grafico nella lingua italiana), dobbiamo dare una cocente delusione. Stiamo parlando solo di alcuni tra i meno noti e meno coltivati vitigni italiani, che, come molti sanno, sono numerosissimi.

Il Registro Nazionale delle Varietà di Vite comprende circa 500 vitigni opportunamente caratterizzati e descritti, ma sono ancora moltissime (forse centinaia) le accessioni segnalate che, dopo adeguate verifiche morfologiche e genetiche, potrebbero essere riconosciute come varietà a sé stanti.

Un patrimonio di biodiversità per la specie Vitis vinifera incredibile, derivato da secoli di incroci spontanei (in passato si usava allevare anche viti da seme) e selezione empirica da parte dell’uomo (buono/non buono, produttivo/non produttivo, ecc.), che rischia di assottigliarsi per effetto della selezione clonale guidata, che ha iniziato a caratterizzare la viticoltura moderna a partire dalla fine degli anni ’60, a seguito dell’introduzione della normativa sulla commercializzazione del materiale di moltiplicazione della vite.

Infatti, è del 1968 la direttiva comunitaria Cee 68/193 che imponeva agli Stati membri che il suddetto materiale potesse essere commercializzato soltanto se ufficialmente certificato “materiale di moltiplicazione di base” o “materiale di moltiplicazione certificato” (cloni certificati) o, se si tratta di materiale di moltiplicazione standard, deve essere ufficialmente controllato e rispondente alle condizioni previste all’allegato II, ovvero:

  1. I materiali di moltiplicazione devono possedere l’identità e la purezza della varietà; è ammessa una tolleranza dell’1% all’atto della commercializzazione dei materiali di moltiplicazione standard.
  2. Purezza tecnica minima 96%.
  3. La presenza di organismi nocivi che riducono il valore di utilizzazione dei materiali di moltiplicazione è tollerata nel limite più ridotto possibile.

La viticoltura dei “filari maritati”, con un misto di varietà di tutti i tipi e di tutti i colori, stava lasciando il posto a una viticoltura specializzata e tra le righe si legge che c’era bisogno di una maggiore chiarezza varietale e di una maggiore attenzione alla sanità dei materiali.

Nel secondo Dopoguerra, nonostante la forte erosione genetica in conseguenza dell’arrivo della fillossera, i vigneti erano ancora ricchi di variabilità sia intervarietale che intravarietale, riconducibile alla relativa facilità di mutazione di questa specie (una gemma/un milione di gemme) e alle eventuali differenze epigenetiche.

Occorre poi precisare che, in un areale ben definito, i vitigni erano sottoposti alla pressione selettiva degli agricoltori locali, che finivano per scegliere i biotipi più adattati e più performanti per restaurare o ricostruire i loro vigneti, mantenendo una pressione selettiva molto bassa e conservando la variabilità presente.

Per capire quanto sia stata forte la pressione selettiva operata sulle popolazioni di vite nel secondo Dopoguerra basta pensare alla definizione di clone e al fatto che in quegli anni il mercato vinicolo era ancora in forte espansione e, per supportarlo, il miglioramento genetico per selezione clonale si orientò verso pochi individui rustici e molto produttivi.

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In questo frangente iniziò anche un’attività vivaistica fatta di grandi numeri, che tendeva a non considerare le leggere differenze legate ai biotipi adattati ai vari ambienti, moltiplicando uno o pochi cloni di una varietà senza considerare la provenienza del materiale iniziale e la destinazione finale delle barbatelle.

La tendenza alla moltiplicazione di pochi vitigni con pochi cloni molto produttivi inizia a cambiare nell’era post metanolo (fine anni ’80), quando la saturazione del mercato e il nuovo orientamento qualitativo finiscono per indirizzare la selezione clonale verso obiettivi più ampi: dalla diversa fenologia alla dimensione dell’acino, dall’accumulo zuccherino all’intensità colorante, all’espressione aromatica.

Ecco, allora, che l’elenco dei cloni delle varietà più coltivate si arricchisce moltissimo (tab. 1): un esempio per tutti il Sangiovese, il vitigno più coltivato in Italia, che a oggi dispone di 111 cloni omologati contro i 41 della fine degli anni ’90. Vista la numerosità, qualcuno parla di “cloni fotocopia”, ma sicuramente per il Sangiovese abbiamo una buona rappresentatività della variabilità intravarietale.

Per alcuni viticoltori, però, tutto questo non basta e quando si tratta di biotipi locali di pregio, ancora oggi, preferiscono farsi moltiplicare il loro materiale operando quella selezione massale che da sempre l’uomo realizza con la sua attività agricola. A maggior ragione si vorrebbe ricorrere alla selezione massale nel caso dei cosiddetti vitigni autoctoni, soprattutto quelli non ancora iscritti al Registro nazionale, che spesso sono presenti in areali ristrettissimi e ormai con superfici risibili.

Cosa dicono le norme

I materiali di moltiplicazione della vite possono essere commercializzati solo se certificati come materiali di moltiplicazione iniziali, materiali di moltiplicazione di base, materiali di moltiplicazione certificati o ufficialmente controllati nel caso dei materiali di moltiplicazione standard (Dm 08 febbraio 2005, art. 9), ma solo il materiale delle varietà iscritte al Registro nazionale è ammesso al controllo ufficiale e alla certificazione (Dm 08 febbraio 2005, art. 10).

D’altra parte la definizione di “commercializzazione” contenuta nel Dm 8 febbraio 2005 lascia aperta la possibilità di moltiplicare i materiali non iscritti destinati alla sperimentazione e alla riproduzione interna aziendale, ovvero si può trasferire materiale proprio presso un vivaista per l’ottenimento di barbatelle innestate da reimpiegare solo in azienda e non da destinare alla vendita (ad esempio una pianta centenaria che rischia la scomparsa, riprodotta da un vivaista per assicurare la continuità con la produzione di piante figlie). Di fatto la norma non pone limitazioni alla quantità di materiale che si può moltiplicare per l’impiego nella propria azienda, ma – anche in possesso di regolare diritto d’impianto – l’Ocm impone di coltivare solo varietà iscritte o, in caso di vigneti di varietà non iscritte al Registro nazionale, di distillare le uve o fare vendemmia verde.

Ne segue che per le varietà locali non iscritte bisogna avviare l’iter per il riconoscimento ufficiale e a seguire mettere in atto una procedura di selezione clonale per avere materiale certificato: troppo lungo e troppo costoso, ma poi ha senso per popolazioni così erose? Non sarebbe forse meglio mantenere il più possibile tutta la variabilità residua?

Solo piante sane

A prescindere dalle varietà non iscritte al Registro Nazionale, ce ne sono moltissime che, pur iscritte, non hanno cloni: allo stato attuale, il 61% dei vitigni iscritti non ha cloni e il 9,6% ha un solo clone e spesso si tratta di un “clone sanitario”, ovvero di una genealogia derivata da una pianta sola con caratteristiche produttive e qualitative medie rispetto alla popolazione indagata, ma fortunatamente reperita sana in fase di ricognizione clonale e per questo avviata subito alla fase di indagine che porta all’omologazione. Un’operazione più veloce rispetto al passato, resa possibile dai recenti ed efficienti metodi di diagnostica virologica, che consente di arrivare subito all’individuazione di un clone certificato da usare senza problemi in fase di ristrutturazione dei vigneti, ma che fa passare in secondo piano l’eventuale variabilità residua presente in popolazioni purtroppo ridotte al lumicino da una forte erosione genetica.

La selezione clonale è nata sicuramente con il proposito di commercializzare materiale con elevata rispondenza varietale e soprattutto sano, per evitare di trasferire con la moltiplicazione anche eventuali malattie, ma in molte specie arboree poliennali (come vite e olivo), la scelta, pur condivisibile tecnicamente, di impiantare i pochi moderni cloni certificati ha fortemente impoverito di variabilità intra-varietale. Malgrado si suggerisca di mantenere nei nuovi impianti un numero elevato di cloni diversi, ciò non è sempre possibile e, comunque, essi non potrebbero certo rappresentare, nel loro insieme, la variabilità contenuta nei vecchi impianti.

Una soluzione potrebbe essere quella di realizzare campi di materiali di propagazione diversi e di diverse provenienze quali serbatoi di diversità intra-varietale. Per la vite, in Francia sono stati istituiti dei conservatoires per molte cultivar tradizionali, contenenti da qualche decina ad alcune centinaia di cloni per vitigno. In tal senso in Italia non c’è alcuna iniziativa, eppure potrebbe essere molto efficiente promuovere e incoraggiare i viticoltori a eseguire una propagazione conservativa in situ dei materiali provenienti dai vecchi vigneti, quelli più ricchi di diversità, sia per varietà locali di minore importanza che per le più note e diffuse, nei rispettivi luoghi di origine o di tradizione colturale.

Non è possibile che non si possa conciliare una viticoltura moderna con la necessità di conservare biodiversità.

 

LE PAROLE CHE CI AIUTANO A CAPIRE IL FENOMENO

Clone di vite. È la discendenza ottenuta per moltiplicazione vegetativa da una sola pianta capostipite scelta per la sue caratteristiche come l’identità varietale, i suoi caratteri fenotipici (morfologici, agronomici, produttivi ed enologici) e il suo stato sanitario nei confronti delle malattie virali. Tutte le piante di una discendenza clonale sono identiche fra di loro e alla pianta originaria.

Erosione genetica. Fenomeno per il quale si verifica perdita di diversità genetica entro sistema (perdita di specie), entro specie (perdita di razze/varietà/popolazioni), ed entro popolazione (perdita di alleli). Per le specie coltivate è di frequente conseguenza dell’affermarsi di poche varietà e la scomparsa della coltivazione dei tipi locali. L’esasperazione dell’erosione genetica porta all’estinzione di popolazioni, specie e sistemi.

 

L’edicola di VigneVini


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