68° Congresso Assoenologi –

Il vino come antidoto per le delocalizzazioni: è al vertice dell’export agroalimentare, il 20% del vino venduto al mondo è made in Italy e si tratta di un prodotto che si fa solo sul posto e non è replicabile. Solo in Cina occorre recuparare un importante gap nei confronti dell’export francese

Cotarella:«Il vino è il miglior marcatore del territorio»

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Il 20% delle bottiglie di vino vendute nel mondo, da Pechino e New York, da Londra a Mosca e Tokyo, sono made in Italy. Sugli scaffali dei supermercati, nei ristoranti alla moda, nei bar dove i giovani si danno appuntamento per l’happy hour, l’«Italian Wine» influenza i gusti e fa tendenza.


E’ questo il forte risultato dell’export italiano che colloca il settore vitivinicolo in controtendenza rispetto alla crisi generale. Tutto ciò è merito anche di una professionalità in cantina e in vigneto, espressa attraverso il contributo indispensabile degli enologi, che ad Alba (Cuneo) hanno celebrato dal 4 al 7 luglio il 68° congresso. Il presidente, Riccardo Cotarella, spiega così i risultati raggiunti: «In cantina meno poesia e più professionalità. Il vino è il miglior marcatore del territorio, un prodotto che si fa solo sul posto e non è replicabile. Sino a pochi decenni fa esisteva un mercato del produttore, ora c’è quello del consumatore, bisogna misurarsi con gli amanti del vino, appassionati e acculturati. Dobbiamo andare fuori, oltre i nostri confini, confrontarci con il resto del mondo». E’ l’export, infatti, la terra promessa del vino italiano. Concetto ribadito oggi ad Alba da tre patriarchi e leader del settore, Angelo Gaja, titolare dell’azienda agricola di Barbaresco, Angelo Maci, amministratore delegato Cantine Due Palme (Puglia) e Piero Antinori, presidente della Marchese Antinori di Firenze.


«L’Italia – dice Piero Antinori – ha enormi potenzialità. Nei prossimi trent’anni ci sarà un miliardo di persone con disponibilità ad acquistare beni voluttuari. Sarebbe un peccato se i nostri produttori non approfittassero di questa opportunità. Abbiamo già conquistato gli Usa, dove il fatturato export del nostro prodotto ha raggiunto i 7,67 milioni di euro, superando la Francia che fattura 7,33 milioni. Ma siamo ancora lontani in Cina e il nostro obbiettivo è quello di ridurre il gap che ci separa dai transalpini. Teniamo conto anche di un altro aspetto: per la prima volta, dopo tanti anni, assistiamo nel mondo a una corrispondenza fra consumi e produzione. In altre parole: non ci sono più eccedenze, il che rappresenta una svolta positiva per i nostri mercati».


Esempi di grandi produttori, ma anche attenzione alle dimensioni di casa nostra. Angelo Gaja: «Il 53 per cento del settore è rappresentato dalle cooperative, il 26% dalle grandi aziende, il 21% da quelle piccole. Sono gli artigiani del vino e di loro troppo spesso ci si dimentica». Esperienza diversa quella di Angelo Maci, che nel Salento è al vertice della Società Cooperativa Due Palme: esempio di associazionismo fra 1200 viticoltori, proprietari di 2400 ettari di vigneti (export di 7 milioni di bottiglie, fatturato 22,7 milioni di euro).


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