VIGNETO –

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Dalle analisi del terreno alle cure in post-impianto

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Quando si decide di reimpiantare un vigneto i casi che si possono presentare sono essenzialmente due: il nuovo vigneto può essere impiantato senza fretta, rispettando i tempi opportuni per un certo risanamento della fertilità del terreno; oppure il viticoltore ha la necessità di dare vita il più rapidamente possibile al nuovo impianto (ristoppio). In questo ultimo caso, non avendo l’opportunità adibire il terreno a prato o a coltura cerealicola, è bene procedere dapprima con una consistente pulizia del suolo da radici ed altri eventuali residui di colture. Mentre, attendendo almeno uno o due anni prima di effettuare il reimpianto, il terreno è in grado di metabolizzare le tossine e gli eventuali parassiti presenti, optando per il ristoppio diventa fondamentale operare ripetuti passaggi con estirpatori in grado di rimuovere le radici sede di ospiti fungini e di virus in grado di deprimere i futuri apparati radicali delle barbatelle. In ogni caso è bene preparare l’appezzamento con il giusto anticipo prevedendo, in caso di terreno argilloso, una sistemazione nel periodo estivo antecedente alla primavera dell’impianto. In presenza di questo tipo di tessitura infatti, l’accumulo delle sostanze nocive è decisamente superiore in confronto a terreni sciolti e ricchi di scheletro.

I tradizionali scassi a profondità di 80-100 cm sono da evitare in quanto promotori di un poco fruttuoso ritorno in superficie di terreno “stanco”. Meglio quindi procedere a ripuntature, da eseguirsi secondo direzioni ortogonali, arature superficiali (40 cm), zappettature o erpicature che evitano particolari stravolgimenti degli orizzonti. Per quanto concerne le lavorazioni superficiali è infine importante evitare l’uso di frese che danno vita a inopportune croste di lavorazione. Meglio utilizzare attrezzi in grado di sminuzzare il terreno anziché renderlo zolloso; in questo modo si eviteranno sacche d’aria in prossimità delle radici delle nuove piante.

Analisi del suolo e scelta del portinnesto

Analisi del terreno e scelta del portinnesto sono due operazioni strettamente collegate in quanto solo a seguito della prima è possibile effettuare bene la seconda. Dalla corretta scelta del portinnesto dipende infatti la buona riuscita dell’impianto e la conseguente durata della vita dello stesso. Oltre a fattori quali la natura del terreno, il clima e l’influenza di malattie, il portinnesto rappresenta un fattore chiave per l’adattamento della pianta al territorio in quanto apparato che garantisce l’adattamento della varietà al sito prescelto. Quando andiamo ad attuare un ristoppio, ad esempio, il 420A risulta un portinnesto particolarmente rischioso a causa della sua sensibilità alla stanchezza del terreno. In un caso come questo è particolarmente consigliabile evitare che i filari cadano nella stessa posizione di quelli precedenti. Esiste tuttavia una serie di fattori ben definiti che il viticoltore deve tenere presenti per procedere alla scelta del portinnesto ideale: caratteristiche fisico-chimiche del suolo, affinità con il vitigno, tipo di apparato radicale, vigoria, tolleranza al calcare attivo, resistenza alla siccità, resistenza alle virosi ed alle fisiopatie, selettività nell’assorbimento delle sostanze nutritive. Uno degli aspetti più preoccupanti resta sempre l’affinità col terreno di interesse infatti, molte viti americane, si dimostrano assai esigenti soprattutto per quanto riguarda il tenore in calcare attivo che conduce spesso a problemi diclorosi ferrica o clorosi da calcare specialmente se associato a carenza di ferro. Altri parametri che non vanno presi con leggerezza riguardano la compattezza del terreno (le viti americane prediligono terreni sciolti a scheletro grossolano), il livello di umidità che non deve risultare stagnante ma nemmeno eccessivamente basso ed infine la fertilità naturale del suolo: in suoli poveri il portinnesto deve possedere buone capacità d’assorbimento mentre in suoli molto freschi è bene che la pianta riduca l’apporto di sostanza nutritive per evitare eccessiva vigoria. In tab. 1 è possibile avere un esempio delle caratteristiche di quattro fra i più diffusi portinnesti.

È doveroso tuttavia accennarne altri altrettanto degni di nota quali il 140 Ruggeri, caratterizzato da elevata vigoria, buona resistenza alla siccità ed al calcare attivo, il 1103 Paulsen, dall’ottima vigoria e resistenza alla siccità ma sensibile alla carenza di potassio e con una resistenza medio-alta al calcare attivo (20%).

Naturalmente, a seguito dell’accertamento dei parametri fisico-chimici caratterizzanti il terreno, sarà possibile intervenire con una distribuzione degli elementi fertilizzanti necessari, specialmente di quelli poco mobili quali il potassio, il fosforo e il magnesio, nonché di sostanza organica sotto forma di letame maturo.

Epoca d’impianto e acquisto di barbatelle

Quando si decide di effettuare un impianto è buona prassi prenotare l’acquisto delle barbatelle con 12-15 mesi di anticipo al fine di garantire una perfetta corrispondenza della consegna. Le stesse devono essere conservate fino al momento dell’impianto in completa inattività perciò, nel caso si posticipi la posa, è preferibile conservarle, in contenitori chiusi, in cella frigorifera ad una temperatura di circa 4 °C. Quando la piantina è stata frigoconservata, prima di effettuare l’impianto, è necessario trasferire la stessa in un ambiente fresco e ombreggiato in modo da favorire un buon acclimatamento e garantire una migliore resistenza nel primo periodo di impianto. Altra pratica consigliata, consiste nell’immergere l’apparato radicale delle barbatelle in acqua, per almeno 24-36 ore prima dell’impianto. Quanto all’epoca ideale per effettuare l’interramento occorre tenere presente che al momento della ripresa vegetativa (fine marzo) la barbatella dovrebbe essere già stata impiantata da qualche settimana. Va da sé che la posa dovrebbe essere effettuata tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, comunque non oltre la fine di aprile. Le motivazioni della scelta di questo periodo sono da rintracciarsi nella presenza delle piogge primaverili le quali favoriscono il compattamento della terra sull’apparato radicale limitando così la disidratazione e favorendo il germogliamento. Nel caso il cui l’andamento metereologico sia particolarmente buono ed il suolo lo consenta, il vigneto potrebbe essere piantato anche nei mesi di dicembre/gennaio. In questo caso la copertura in paraffina sarà indispendabile e garantirà la vita della pinata fino a temperature di -9 °C. Nei casi limite in cui il viticoltore decida di impiantare nei mesi di maggio e giugno è importante prevedere un opportuno intervento idrico per evitare che la barbatella diventi eccessivamente disidratata. Infine, impianti che superino la data del 15 luglio sono assolutamente sconsigliabili onde evitare la totale moria del vigneto.

Densità d’impianto, come realizzarla

La densità d’impianto di un vigneto dipende quasi esclusivamente dalla forma di allevamento adottata in quanto ogni obiettivo qualitativo può essere definito tramite il rapporto tra forma di allevamento e numero di ceppi per ettaro. Naturalmente anche la posizione del terreno, la sua pendenza, i limiti climatici (soprattutto pioggia con conseguenti fenomeni di erosione) impongono alcuni paletti. Inoltre la varietà impiantata, con le sue caratteristiche attitudinali e la vigoria del portinnesto scelto, non sono elementi da sottovalutare. Quanto al parco macchine, le distanze tra le file dovranno essere regolate in modo tale da garantire il corretto lavoro dei trattori, evitando eccessivi spazi vuoti che possono rendere meno efficaci alcuni trattamenti antiparassitari ma allo stesso tempo tenendo conto dell’eventualità dell’acquisto di nuovi mezzi più ingombranti.

Una volta determinato il sesto d’impianto, non resta che procedere con l’interramento delle barbatelle. Come ogni operazione precedente, anche questa, nelle sue modalità, dovrà tenere conto dello stato del terreno e del momento dell’impianto. Le possibilità che si presentano al viticoltore in questo caso sono essenzialmente tre: l’apertura di un solco lungo il filare e l’impianto manuale delle barbatelle, l’uso della forchetta e l’impianto a macchina.

La prima soluzione è particolarmente consigliata in caso di terreni non ottimamente preparati in cui il rincalzamento manuale delle radici può risultare indispensabile ai fini dell’attecchimento. In questo caso le giovani viti hanno uno sviluppo rapido anche a causa della lunghezza delle radici che, essendo mantenuta per quasi tutta la sua interezza, assicura la disponibilità delle sostanze di riserva necessarie alla crescita. Quanto all’uso della forchetta, non si può certo ribadire quanto appena sostenuto per l’impianto manuale. Per poter interrare le piante con questo strumento è infatti necessario spuntare le radici a pochi cm di lunghezza, pena il rivoltamento verso l’alto delle radici; questa esigenza fa si che, nonostante il pregio della velocità di lavoro che la forchetta consente (1700-1800 viti/giorno), il suo uso sia consigliabile solo in presenza di terreni particolarmente sciolti.

Velocità a macchina

Arriviamo poi all’impianto a macchina, sistema in netto incremento negli ultimi anni grazie alla rapidità di esecuzione (fino a 10.000 viti/giorno). Questo metodo rientra nelle modalità di impianto a radice lunga, aspetto che favorisce una ripresa vegetativa più immediata e sicura. In alcuni casi le barbatelle, una volta interrate, devono essere rincalzate manualmente ma questo è uno dei pochi inconvenienti. Adottando questo tipo di impianto, gli operatori possono evitare perdite di tempo legate allo squadro dell’appezzamento grazie ai puntatori laser che agiscono da guida. Gli svantaggi maggiori si riscontrano nei casi di impianti su terreni collinari caratterizzati da pendenze elevate o su appezzamenti pianeggianti dotati di filari lunghi (>100 m). Particolarità di alcune di queste macchine trapiantatrici è la possibilità di implementare sistemi di guida controllati da GPS. Negli ultimi anni, grazie alla nascita ed ai progressi fatti dalla viticoltura di precisione (vedi riquadro), si è potuti passare dalla guida laser, al posizionamento georeferenziato della singola vite (l’interramento della barbatella rimane comunque manuale), fino allo sviluppo di macchine in grado di impiantare viti, ed eventualmente anche tutori, garantendo una precisione di +/- 1 cm alla velocità di 4 km/h.

Lavorazioni successive

Per i primi 2-3 anni successivi all’impianto (considerati fase improduttiva del vigneto) le viti devono ricevere un’attenzione particolare da parte del viticoltore. Essendo appena uscite da un ambiente protetto qual è quello del vivaio, le piante risultano estremamente sensibili ai parassiti ed alle infestanti; per quanto riguarda il primo agente aggressore, è buona prassi tenere sotto controllo lo sviluppo dei germogli ed, eventualmente, intervenire con un acaricida. Per tenere a basa le infestanti si può invece ricorrere a più soluzioni: in primis il mantenimento degli shelter (tubi salva barbatella) contribuisce alla protezione della pianta ma, per un effetto decisamente più efficace è bene optare per una lavorazione del terreno che, a partire da 3°-4° anno potrà essere sostituita da un diserbo localizzato. Ottimi infine i trattamenti contro la peronospora (da attuarsi fino alla fine di settembre per garantire buoni livelli di lignificazione), gli interventi di irrigazione, soprattutto nei casi elencati precedentemente e la scelta oculata dei germogli che, dal secondo anno in poi, verranno selezionati in funzione della futura forma di allevamento da adottare. 

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