DOSSIER CARBON FOOTPRINT –

La carbon footprint della bottiglia di vino pesa tra i 2,2 e i 1,3 kg di CO2 equivalente a seconda degli studi. Un valore che non è trascurabile. Ma la semplicità di questo valore può risultare fuorviante

I pregi e i difetti di un indice monotematico

Panorama vigneto e bicchiere di vino e grappolo uva

L’aumento di interesse dei consumatori per quanto riguarda il profilo ambientale dei prodotti di consumo, in particolare quelli legati al settore alimentare e delle bevande, nonché le pressioni da parte delle comunità locali e dei governi, hanno dato inizio ad una corsa per diffondere i risultati rilevanti per l’ambiente. La crescente preoccupazione per quanto riguarda gli aumenti di gas serra (GHG), con la possibilità di modificare i modelli climatici regionali, ha spinto molte aziende a muoversi verso pratiche di coltivazione dell’uva e di produzione del vino sostenibili.

Dall’Lca agli indici mirati
Alcuni strumenti di gestione ambientale, come il “Life Cycle Assessment” (LCA), sono stati implementati in quanto rivelatisi metodi utili per spiegare i carichi ambientali associati alle diverse fasi del ciclo di vita del vino grazie alle molteplici categorie di impatto che possono essere considerate. LCA, ad esempio, è una metodologia standardizzata a livello internazionale dalle norme ISO 14040 e 14044, che valuta l’ insieme di interazioni che un prodotto o un servizio ha con l’ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita. Considera gli impatti ambientali del caso esaminato nei confronti della salute umana, della qualità dell’ecosistema e dell’impoverimento delle risorse, considerando inoltre gli impatti di carattere economico e sociale. Tuttavia, l’olismo e la completezza della LCA, presenta anche svantaggi quando si tratta di reporting e comunicazione dei risultati alle parti interessate e al pubblico in generale. Di conseguenza, lo sviluppo di singoli indicatori di emissione, quali l’impronta idrica (water footprint,WF) o le emissioni di anidride carbonica (carbon footprint, CF), ha proliferato grazie alla possibilità di semplificazione offerta dalle stesse. Anche il solo utilizzo di indici quali il carbon footprint, tuttavia, può sollevare alcune questioni: anche se l’interesse pubblico verso le problematiche di riscaldamento globale è schiacciante in confronto ad altri problemi ambientali, un singolo indicatore potrebbe fornire una rappresentazione fuorviante sui risultati di reporting. Partendo da simili presupposti, appare utile esaminare i principali vantaggi e svantaggi di questo tanto nominato carbon footprint per capire meglio, non solo il suo significato, ma anche la sua concreta utilità nel settore enologico.

Chili di anidride carbonica


Cominciando dal principio, il carbon footprint (impronta di carbonio) è un indicatore standardizzato a livello mondiale dei gas serra emessi durante tutte le fasi del ciclo di vita di un qualsiasi bene. La sua concezione è basata sul “Life Cycle Thinking” ovvero su un approccio complessivo teso ad analizzare rischi e fattori d’impatto di tutte le fasi di produzione; nello specifico, CF ha avuto origine dal Life Cycle Assessment sopra citato, pertanto i suoi limiti, le ipotesi e i punti di forza alla base del metodo LCA, influenzano direttamente anche l’uso del CF. Il valore di questo indice si esprime in termini di Kg di CO2 equivalente ed è pertanto uno strumento utile e maneggevole, utilizzato soprattutto allo scopo di identificare le aree di riduzione delle emissioni e per guidare i cambiamenti necessari a migliorare l’eco-profilo dei prodotti. Lo schema è rivolto a qualsiasi organizzazione che fornisca prodotti e servizi e che voglia quantificare le emissioni di gas a effetto serra connesse al ciclo di vita dei prodotti o dei servizi offerti e comunicare i risultati all’esterno.

Il peso non trascurabile
della bottiglia
Per quanto riguarda il settore vitivinicolo, il calcolo del CF è solitamente riferito ad un’unica unità funzionale (UF) ovvero la bottiglia da 0,75 L; ciò che può variare sono invece i confini del sistema produttivo presi in considerazione: mentre alcuni autori scelgono di valutare l’impatto dei gas serra dalla nascita del prodotto fino al suo consumo, altri si limitano a stimare il CF fino a che la bottiglia non esce dall’azienda, escludendo quindi gli impatti in fase di utilizzo. In realtà, la propensione per l’una o per l’altra valutazione, sono dettati dalla disponibilità di informazioni, non sempre facili da reperire, ma anche dal fatto che, il percorso della bottiglia una volta che questa esce dalla cantina, porta alla definizione di CF difficilmente comparabili: il fatto che sia l’azienda stessa a consegnare le bottiglie o che invece vi siano altre modalità di trasporto, ad esempio, influisce molto sul valore del CF. Per dare ai lettori un’idea del valore medio dell’impronta di carbonio calcolata su una bottiglia di vino generico, possiamo dire che, comparando i valori medi di 29 studi di letteratura, il dato si attesta sui 2,2 ± 1,3 kg di CO2 equivalente. In base a questo dato, il contributo del settore vitivinicolo al CF annuale globale delle attività umane a livello mondiale può essere approssimativamente stimato in 0,3%, un valore che non deve assolutamente essere trascurato. Nello specifico, i processi più significativi per quanto riguarda il punteggio totale del CF sarebbero l’attività di viticoltura (17%), i processi di confezionamento (22%) e le tappe inerenti la fine del ciclo di vita (22%) che, da sole, sono in grado di spiegare gran parte della variabilità fra un’azienda e un’altra.

Il bio vince
Quanto alle differenze fra produzioni convenzionali e biologiche, numerosi studi condotti con l’intento esplicito di confrontarle, hanno riscontrato che il valore medio del CF calcolato per il vino biologico dal momento della realizzazione, fino al cancello aziendale, è inferiore di circa il 25% rispetto a quello del vino convenzionale. Secondo la letteratura, questa discrepanza, potrebbe essere dovuta ad un uso maggiore di sostanze sintetiche in fase viticola per quanto riguarda la viticoltura convenzionale. Al contrario, secondo altri autori, le differenze fra le due pratiche viticole sarebbe solo minima a causa della maggiore resa della viticoltura convenzionale soprattutto su larga scala, dove le tradizionali pratiche viticole ed enologiche possono comportare minori emissioni di gas serra per ettaro rispetto ai casi di produzione biologica. La conclusione, in questo caso, è che l’interpretazione dei valori di CF rimane troppo incerta per poter trarre conclusioni su quale sia la pratica viticola meno impattante.


Da quanto espresso finora, risulta evidente come la semplicità intrinseca di un indicatore, qual è quella che contraddistingue il carbon footprint, rappresenti allo stesso tempo un punto di forza e di debolezza dell’indice stesso. Sebbene, infatti, restringere il focus dell’analisi della sostenibilità solo sul CF, può consentire alle parti interessate di ottenere soluzioni semplici per risolvere ampie questioni decisionali legate al miglioramento ambientale, adottare una prospettiva così monotematica comporta il rischio di sottovalutare temi economici, istituzionali e sociali altrettanto importanti quando si parla di sostenibilità di una produzione.

Una valutazione
più completa
Per un obiettivo più ampio, come quello appena citato, non è sufficiente affidarsi al solo carbon footprint, bensì occorre una valutazione integrata attraverso un gruppo di indicatori diversi (vedere LCA). Ma LCA e CF o WF non sono le uniche strategie che una cantina ha a disposizione per migliorare il proprio impatto ambientale; esistono infatti anche altre norme nate per consentire alle aziende vitivinicole di intraprendere processi volontari di certificazione: ne sono esempio l’adozione del Sistema di Gestione Ambientale (SGA) e la Dichiarazione Ambientale di Prodotto (EPD). Il primo, è definito dalla norma ISO 14001 come “la parte del sistema di gestione generale che comprende la struttura organizzativa, le attività di pianificazione, le responsabilità, le prassi, le procedure, i processi, le risorse per elaborare, mettere in atto, conseguire, riesaminare e mantenere attiva la politica ambientale”; la seconda, approntata dalla norma ISO 14000, è un documento contenente informazioni oggettive, confrontabili e credibili riguardo l’impatto ambientale di un prodotto la cui validità è assicurata dall’utilizzo della metologia LCA. Ciò premesso, rimane aperta la possibilità, per coloro che vedono nel CF uno strumento particolarmente adatto alla propria realtà aziendale, di utilizzare questo indice assieme ad altri indicatori monotematici.

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