vini biologici –

Superare i confronti sterili sul contenuto in solfiti e puntare alla definitiva affermazione dei vini certificati. La sfida di Federbio

Il debutto dell’eurofoglia dei vini bio

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Hanno fatto il loro ingresso al Vinitaly le prime etichette di vino biologico regolarmente certificate con l’eurofoglia, il logo europeo obbligatorio per questo tipo di produzioni. Nelle scatole dei colori il verde è però quello che vanta più nuance, e la stessa cosa capita nel vino. Al Vivit, la seconda edizione del salone dedicato da VeronaFiere a “vigne, vignaioli e terroir” i vini bio sgomitavano fianco a fianco con i vini “naturali” senza certificazione da enti terzi. Sempre a Verona il ministero dell’Ambiente ha lanciato il progetto “Viva” di sostenibilità certificata a cui hanno aderito 9 aziende. Addirittura 20 le aziende che hanno aderito al progetto Magis di Bayer, che a Verona ha presentato le prime 17 etichette certificate di viticoltura sostenibile. Non è passata poi inosservata la visita di  Oscar Farinetti, patron di Eataly e di Fontanafredda, che con il progetto vino libero propone una sorta di bio “fai da te”.
Concorrenza sleale
«Un affollamento che crea le condizioni per una concorrenza sleale» – ha commentato  Roberto Pinton, segretario Assobio durante il convegno Il vino bio e gli altri, organizzato da Federbio l’8 aprile al Vinitaly di Verona. Dopo 20 anni di attesa (e un aspro confronto tra Paesi viticoli del sud e del centro Europa) Bruxelles ha infatti promulgato regole rigorose e soglie chiare per il vino bio con il Reg.203 del marzo 2012, ma le etichette con la foglia si trovano oggi ad affrontare un’affollata concorrenza con produzioni “verdi” che spesso fanno della mancanza di disciplinare il proprio punto di forza.  Vini “naturali”, vini “veri” e vini “etici” che giocano a rincorrere il bio soprattutto nel contenuto di solfiti. «Un confronto quanto mai sterile– ha stigmatizzato Roberto Zironi, docente di enologia a Udine e coordinatore del progetto europeo Orwine –. La riduzione della SO2 non è assolutamente un problema tecnico alle nostre latitudini, i limiti fissati nel regolamento europeo sono conseguenza del “blocco tedesco”». I vini bio italiani presentano contenuti decisamente inferiori al limite di legge. «Ma la cosa scandalosa – ha evidenziato Zironi – è la presenza di vini che dichiarano in etichetta “senza solforosa aggiunta”, un’affermazione che non si può dimostrare. Il vino bio è invece un prodotto salubre che richiede un elevato grado di professionalità e che sta riscuotendo un crescente interesse sui mercati esteri, ma anche in Italia». «Il vino biologico si può fare – ha testimoniato  Silvano Brescianini, enologo dell’azienda Baroni Pizzini, in Franciacorta -. Quindici anni fa, quando abbiamo iniziato c’era molto scetticismo, oggi in molti vogliono imparare. Ma non è un punto di arrivo, bensì di partenza, perché l’assenza di trattamenti chimici potrebbe diventare presto un prerequisito». Un vinitaly tutto bio
«Bisogna distinguere – ha ammonito Paolo Carnemolla, presidente di Federbio – tra produzioni certificate nate da una forte attenzione morale e quelle che sono pure e semplici operazione di marketing che, contando sulla scarse conoscenze agricole e dei processi di trasformazione da parte del pubblico, tentano di accreditare nuove categoria di prodotto a discapito di altre».
Proprio per evitare tali discriminazioni Federbio ha firmato con Veronafiere un protocollo operativo che porterà alla nascita di Vinitalybio, primo salone dedicato esclusivamente alle etichette certificate. «Con il giusto impegno – ha evidenziato il presidente – possiamo rendere la pubblicazione del Reg. 203 l’occasione per la definitiva affermazione del vino bio». E sempre con questo obiettivo  Federbio promuove anche la nascita di un’associazione di produttori viticoli bio che punti a superare i problemi che ostacolano lo sviluppo della filiera: l’assenza di scuole tecniche dedicate al bio e la carenza di mezzi tecnici dedicati, come la selezione di lieviti a bassa produzione di solfiti endogeni (perché il bio, a sorpresa, è un comparto innovativo, con un forte fabbisogno di ricerca).

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