Tendenze –

Record di 5 miliardi di euro di vendite all’estero. Così, grazie al boom delle bollicine e nonostante la frenata dello sfuso, il vino italiano cresce all’estero ad un ritmo doppio rispetto alla Francia

Italia campione dell’export (ma il fronte interno soffre)

bicchieri vino rosso

Con un export che nel 2013 ha di poco superato i 5 miliardi di euro, il vino italiano non solo ha toccato un ennesimo record ma ha accorciato le distanze con il suo principale concorrente storico in termini di quota sul commercio internazionale: la Francia. Secondo i dati di Wine Monitor, nel 2013 la quota dell’Italia sulle vendite mondiali di vino è arrivata al 19,5% contro il 18,4% del 2012. Nello stesso intervallo di tempo, la Francia è scesa dal 31,2% al 30,5%. Pur mantenendo la leadership, il calo va ad aggiungersi ad una diminuzione di lungo periodo che ha ridotto il “peso” dei vini francesi di quasi 8 punti percentuali nel giro di un decennio (nel 2001, l’incidenza dei vini francesi sull’export mondiale di vino in valore era pari al 38%).

I competitor non tengono il passo
La Francia non è riuscita a tenere il passo della crescita nelle importazioni di diversi importanti mercati se è vero che, tra il 2003 e il 2013, ha aumentato le proprie esportazioni “solamente” del 34% contro un corrispondente incremento del commercio internazionale di vino del 69%. Ma, a differenza dell’Italia che è cresciuta dell’88%, anche altri importanti competitor non sono riusciti a tenere il passo di questa corsa. L’Australia, che fino a pochi anni fa rappresentava l’avversario più temuto dell’Emisfero Sud vitivinicolo, nello stesso frangente è addirittura scesa del 2%. Meglio dei nostri vini hanno fatto quelli statunitensi e cileni, il cui export in valore è aumentato rispettivamente del 122% e 138%.


Questi diversi movimenti nello scacchiere internazionale sono il frutto di rilevanti cambiamenti che hanno avuto nel 2013 una particolare accentuazione, specie in alcuni grandi e importanti mercati di consumo. Vediamo dove e secondo quali risvolti.

La Cina non è più l’Eldorado
In Cina, da molti indicato come l’Eldorado dei consumi di vino, dopo una crescita esponenziale degli acquisti di vini stranieri passati nell’arco di un ventennio da 1,7 milioni a 1.170 milioni di euro, si è registrata una diminuzione rispetto all’anno precedente di quasi il 5% (-4,4% nei volumi).


Di quei 60 milioni di euro che mancano all’appello, metà deriva dagli imbottigliati e metà dallo sfuso. Ma mentre per quest’ultima tipologia si evidenzia anche un calo nei volumi importati di circa il 27% (le quantità di vino sfuso pesano per circa un quarto sul totale delle importazioni della Cina), nel caso dei vini fermi imbottigliati la quantità non è calata, anzi è cresciuta del 5%. In altre parole sembra esserci stato un effetto sostituzione tra prodotti a più alto posizionamento di prezzo con altri più “economici” (e in questo può aver giocato un ruolo “deterrente” sugli importatori l’indagine anti-dumping minacciata dalle autorità cinesi nei confronti dei vini europei). A testimoniare questa tendenza vi è il calo subito dalla Francia (-12,5%) nel valore delle esportazioni di vini imbottigliati in Cina – che, lo ricordiamo, è leader con una quota vicina al 50% in tale tipologia – andato a beneficio degli altri competitor, prima fra tutti l’Italia che all’opposto ha incrementato il proprio export di oltre l’11%. Lo stesso dicasi per gli spumanti. Anche in questo caso la Francia ha lasciato sul campo un analogo -12,5% a fronte di una crescita esponenziale dei nostri prodotti, il cui export in valore è quasi raddoppiato (+86%).

Overperforming in Usa
Negli Stati Uniti le importazioni sono diminuite sul fronte dei volumi (-6%), ma il calo ha riguardato solamente gli sfusi, tant’è vero che sia sul versante dei fermi imbottigliati che degli spumanti/frizzanti si è registrata una crescita (rispettivamente del 3% e 9%) che si è riflessa anche sui valori (+3% e +2%). La perdita a livello complessivo è dipesa dal fatto che gli sfusi pesano sui volumi totali di vino importato per quasi un terzo. A differenza della media, i vini italiani hanno “sovraperformato” il mercato: l’import dall’Italia è infatti cresciuto in valore del 5,5%, superando il 9% nel caso degli spumanti.

Il traino degli spumanti
Un’analoga situazione si è verificata nel Regno Unito. Anche in questo importante mercato (il secondo per valore delle importazioni, dopo gli Stati Uniti) i flussi in entrata di vino si sono ridotti del 5% in valore, ma l’export di vini italiani è cresciuto del 7%, grazie soprattutto all’incremento registrato sul fronte degli spumanti (+50%), il cui “peso” sull’import britannico di tale tipologia è arrivato così al 21% contro il 4% di appena cinque anni fa. E come per la Cina, anche in Gran Bretagna sono stati i vini francesi a perdere quota (-12% in valore), seguiti a ruota da quelli australiani (-10%) che così hanno dovuto cedere la seconda posizione di mercato a quelli italiani.

Infine la Russia, dove l’import di vino ha messo a segno una sensibile crescita: +12% a valore, a fronte di un +2% nei volumi. Anche in questo mercato i nostri vini hanno conquistato ulteriori posizioni, a seguito di un incremento nei flussi di vino esportato superiore al 20%, sia nei valori che nelle quantità. Nel caso degli spumanti, l’import dall’Italia è aumentato del 49% in termini economici, a fronte di una crescita del 43% nei volumi, consolidando così la leadership detenuta dal nostro paese in tale segmento, con una quota oggi pari al 63% dell’import di spumante in Russia, contro il 27% della Francia.

L’incognita dei “diritti”
Questi importanti e positivi movimenti nell’export di vino italiano sono fondamentali per la salvaguardia dell’intera filiera vitivinicola italiana, stretta tra una crisi strutturale dei consumi a livello nazionale che finisce con il penalizzare i produttori più piccoli e meno organizzati e una nuova PAC che, pur foriera di novità anche positive per il settore (come la riconferma delle dotazioni per l’OCM vino e la possibilità di allargare il pagamento diretto alle superfici a vigneto) rischia di indebolire ulteriormente le aziende “meno strutturate” con la trasformazione dei diritti d’impianto in autorizzazioni nominative non più trasferibili a titolo oneroso.

Ma gli italiani hanno perso la passione
Rispetto a questi due aspetti, vale la pena sottolineare come sul fronte dei consumi di vino, in appena 5 anni, si siano persi in Italia 4 milioni di ettolitri. Il risvolto ancora più grave, sintomo di una forte mutazione negli stili di vita e di consumo della popolazione, è dato dalla contrazione nella spesa mensile pro-capite di vino che passa da 5,2€ a 5€ a fronte della crescita della spesa destinata alla birra (da 2€ nel 2007 a 2,5€ nel 2012). In merito invece al provvedimento normativo che “rivoluziona” il regime dei diritti d’impianto, occorre evidenziare come la non trasferibilità delle autorizzazioni rischia di generare una possibile perdita di patrimonio vinicolo a livello nazionale, in particolare in quei territori più marginali dove il vigneto – spesso in mano a piccoli coltivatori part-time – presenta una redditività più bassa della media. Il regolamento di base prevede infatti che per le autorizzazioni emesse a seguito di un espianto (e quindi utili ad un successivo reimpianto) se non utilizzate entro 4 anni, si annullino senza rientrare nella disponibilità dello Stato Membro per nuove assegnazioni. Non è un dettaglio da poco, per un paese come il nostro che ha oggi tutto l’interesse a salvaguardare il proprio potenziale vinicolo, sia per ragioni di sostenibilità economica che ambientale dei diversi territori italiani.

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