Economia e tecnica –

Il tema dei cambiamenti climatici sta diventando prioritario sia per gli effetti diretti che hanno sulle tradizionali pratiche agricole, sia per gli effetti indiretti che generano nella vita quotidiana

La calda estate 2012: analisi degli effetti sull’agricoltura

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Da qualche anno stiamo assistendo a fenomeni più o meno accentuati nei cambiamenti climatici. Si può discutere sui possibili scenari futuri, ma si deve riconoscere che sempre più frequenti sono le “anomalie” relative soprattutto all’estremizzazione degli eventi (alte temperature estive, abnormi precipitazioni) che interagiscono negativamente con le condizioni di vita. Tra i più appariscenti vi sono le “ondate di calore”, periodi prolungati nei quali le temperature sono significativamente superiori alle medie storiche. Al caldo si associano la carenza idrica e la rilevanza di fenomeni di inquinamento atmosferico. Ne derivano situazioni di pesante stress per gli esseri viventi. L’estate 2012 è stata, appunto, caratterizzata da queste condizioni meteo in vaste aree del territorio nazionale e, oltre al disagio subito dagli esseri umani, sono stati certamente interessati diversi comparti produttivi, quali allevamenti zootecnici, colture agrarie e sistemi forestali. Le implicazioni, poi, si estendono al sistema dei prezzi di mercato delle derrate, alle interazioni ospite/parassita e a un’infinità di effetti collaterali.

Una giornata di studio
 
Lo scorso maggio il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali (DiSAAA-a) dell’Università di Pisa ha organizzato – congiuntamente con la Sezione Centro-Ovest dell’Accademia dei Georgofili e con il contributo della Regione Toscana – una giornata di studio sul tema “La calda, calda estate 2012: un’analisi degli effetti sull’agricoltura”. Questa è stata la prima occasione per dibattere su un tema di grande attualità, quello dei cambiamenti climatici, con l’obiettivo specifico di analizzare alcuni aspetti dell’impatto dell’ondata di calore dell’estate 2012 sull’agricoltura e sui popolamenti forestali. Si tratta di un evento eccezionale, sia per intensità sia per durata ed estensione delle superfici coinvolte: dalla metà di giugno sino a quasi la fine di agosto, l’Europa meridionale è stata interessata da una serie ininterrotta di episodi estremi, che hanno visto la temperatura massima superare i 40 °C, con anomalie rispetto alle serie storiche superiori anche a 5 °C; pure le minime giornaliere si sono mantenute sistematicamente ben al di sopra della norma del periodo. Contestualmente, il campo pluviometrico è stato altrettanto eccezionale e, in gran parte delle regioni in oggetto, le precipitazioni sono state completamente assenti per lunghi mesi. Sono state le configurazioni bariche particolari che hanno portato a queste circostanze, che per molti aspetti hanno richiamato alla memoria la terribile estate 2003. Inevitabili le conseguenze negative in agricoltura: le stime dei danni subiti sono impressionanti! Tanti record negativi In occasione del seminario il Prof. R. Massai ha sottolineato quanto l’agricoltura sia un settore in cui è assai difficile operare, proprio a causa dell’elevata dipendenza dal clima, cui è strettamente legato il ciclo delle colture, nonché quello dei rispettivi organismi nocivi. Si tratta di un argomento “di frontiera” molto complesso, in dinamica evoluzione e necessariamente ricco di interazioni con altre discipline. Gianni Messeri, ricercatore dell’Istituto di Biometeorologia del CNR, a sua volta ha riferito sul fenomeno dei cambiamenti climatici osservati soprattutto negli ultimi decenni e sull’effetto serra come fattore causale principale, passando da evidenze su scala globale (innalzamento sensibile della temperatura, eventi precipitativi molto intensi e un generale aumento dei periodi siccitosi) ad una caratterizzazione in ambito nazionale e toscano. In Italia, sono stati riscontrati incrementi di temperatura intorno a 0,8 °C (contro lo 0,6 a livello mondiale, periodo 1901-2000) e contrazioni sia delle quantità di pioggia che del numero di giorni piovosi (-5 e -10% in 100 anni, rispettivamente). In Toscana la situazione è ancora più grave: la temperatura è salita di 1 °C e in 50 anni (1955-2007) le precipitazioni si sono ridotte del 16%.

Tanti record negativi

Ecco in sintesi alcuni record dell’estate 2012 rispetto alle serie storiche:  la seconda più calda in Italia (negli USA è stata la terza da sempre, con un primato registrato per gli incendi);  è piovuto circa la metà;  minima estensione dei ghiacci estivi. Le conclusioni sono: “per i climatologi è facile prevedere che durante la stagione estiva di quest’anno, ma anche dell’anno prossimo, le temperature saranno superiori a quelle medie!” Il Prof. G. Lorenzini (Università di Pisa) ha sottolineato come il caldo torrido e l’assenza di precipitazioni siano stati senza dubbio gli aspetti più facilmente percepibili del fenomeno e come queste situazioni meteo-climatiche siano state anche molto favorevoli alla formazione dello smog fotochimico e, in particolare, di ozono troposferico. E, infatti, come già verificatosi nel 2003, la presenza di questo inquinante nell’aria è stata rilevante, sia in aree urbane che in stazioni rurali o remote. La soglia di informazione alla popolazione è stata superata in diverse località e quella di allarme è stata sfiorata ripetutamente. Campagne di biomonitoraggio con piante indicatrici (Nicotiana tabacum cv. Bel-W3) hanno evidenziato come nel periodo in oggetto la risposta sia stata particolarmente pronunciata: ad esempio, nelle settimane 29 e 30 (fine luglio-inizio agosto) del 2012 l’indice di danno fogliare medio in 11 stazioni dell’alto Lazio è stato pari al 16,7% di superficie fogliare lesionata, a fronte di una media dell’11,4% dei cinque anni precedenti. E ancora: due genotipi di Phaseolus vulgaris, uno resistente e uno sensibile all’inquinante, hanno mostrato entrambi un aumento notevole nella comparsa di aree necrotiche rispetto agli anni precedenti (2008-2011). Se queste possono essere considerate le “prove generali” del cambiamento climatico in atto, vi sono motivi di forte preoccupazione! Infatti, i futuri scenari possono compromettere le faticose iniziative messe in atto dai decisori politici per ridurre l’emissione di inquinanti precursori dell’ozono: la nostra collettività dovrà prepararsi ad affrontare situazioni critiche di inquinamento dell’aria sempre più pericolose.

L’ortofrutta
 
Per le colture arboree da frutto sono importanti le ondate di calore perché l’aumento delle temperature si traduce in un aumento dell’evapotraspirazione. Acquisizione confermata dal Prof. R. Di Lorenzo (Università di Palermo) che, fra l’altro, ha illustrato gli effetti di questo fenomeno sulle piante arboree: sono stati osservati disordini metabolici e un rallentamento dei processi di maturazione dei frutti, con conseguente ritardo nella raccolta; riduzione dell’attività fotosintetica e filloptosi intense e precoci, che si traducono in diminuzioni della capacità vegetativa; alterazioni quanti-qualitative della produzione non solo a causa di scottature, disseccamenti e disidratazioni, ma anche per cambiamenti a livello di sintesi di composti, quali accumulo di zuccheri, variazioni nel profilo degli antociani, maggiore contenuto di terpeni e norisoprenoidi. Quali sono le strategie possibili per limitare gli esiti negativi? Ecco le proposte avanzate:  riconsiderazione delle aree di coltivazione (in base alle caratteristiche del suolo e al topoclima);  scelta di varietà con idonei meccanismi di adattamento allo stress idrico;  selezione di portinnesti vigorosi e resistenti alla carenza idrica;  più efficiente gestione dell’irrigazione;  rivalutazione di alcuni interventi agronomici che causano maggiore esposizione dei frutti (defogliazione e condizionamento dei germogli). Dopo un excursus sulla situazione meteo-climatica tipica della regione Puglia, A. Elia (Università di Foggia) e D. Ventrella (Unità di ricerca per i sistemi colturali degli ambienti caldo-aridi del CRA) hanno focalizzato l’attenzione sulla risposta delle colture di pomodoro agli eccessi termici osservati nell’area foggiana. Fioritura e allegagione ne hanno risentito in misura maggiore, con sterilità del polline, cascola dei fiori e malformazioni delle bacche. Solo quando il trapianto è stato anticipato siamo riusciti a limitare i danni durante queste fasi fenologiche. Anche in questo caso vengono individuate alcune soluzioni di adattamento, tra le quali lo spostamento delle epoche e degli areali di coltivazione, l’adozione di cultivar termo-tolleranti e l’ottimizzazione della pratica irrigua, l’irrigazione climatizzante, l’impiego della “particle film technique”. Infine, gli studiosi concludono sottolineando che: 1) incrementi medi di temperatura di 1-2 °C potranno essere affrontati con le opzioni di adattamento a costi sostenibili; 2) un riscaldamento più marcato richiederà investimenti più ingenti e potrebbe comportare una riduzione dell’efficacia delle opzioni se non un superamento delle possibilità di adattamento; 3) l’agricoltura non potrà che adattarsi ai cambiamenti climatici, ma è necessario che siano attuate contemporaneamente tutte le possibili strategie di mitigazione.

Effetti collaterali
 
Quanto sopra riportato comporta effetti sui prezzi delle derrate ortofrutticole? È la domanda che è stata posta a Duccio Caccioni (Centro Agro-Alimentare di Bologna) che si è occupato di un confronto tra la variazione dei costi di alcuni prodotti alimentari (albicocche, angurie, meloni, nettarine e pesche) e quella delle temperature medie estive negli anni 2009-2012. Solo il valore all’ingrosso delle nettarine ha subito un incremento nel 2012. In generale, l’andamento dei prezzi sembra essere influenzato non tanto dal clima, quanto dalla disponibilità dei mercati (e anche dalla situazione politica dei Paesi!) cui l’Italia attinge. Il Prof. G. Scarascia Mugnozza (Università della Tuscia), insieme a G. Matteucci (Istituto per i sistemi agricoli e forestali del Mediterraneo del CNR), ha analizzato gli effetti sui sistemi forestali, richiamando il loro ruolo nel ciclo del carbonio e del suo sequestro in relazione al cambiamento climatico, la misura dei flussi in Italia negli ultimi 20 anni e l’impatto delle anomalie sugli ecosistemi. Dal 1850 al 2009 le emissioni di biossido di carbonio sono aumentate, in particolare negli ultimi 60 anni, passando da 1,3 ppm all’anno del decennio 1970-79 a 1,9 ppm all’anno nel periodo 2000-10. Il ruolo delle foreste come “sink” sta crescendo, in concomitanza però di maggiori rischi e incertezze per il futuro. Scarascia Mugnozza ha presentato i risultati delle attività di ricerca sulla quantificazione del bilancio del carbonio di ecosistemi forestali italiani tramite la tecnica di misura diretta degli scambi a scala di copertura (“eddy covariance”). In Italia, i dati provenienti dalla faggeta di Collelongo (Abruzzo), la prima installazione europea, consentono di affermare che non sono unicamente le elevate temperature a condizionare lo scambio netto cumulato di carbonio, ma occorre anche la siccità: nel 2012, l’estate è stata calda, ma l’umidità del suolo ha permesso il mantenimento di buoni livelli di scambio. Il 2007 è stato l’anno peggiore per le foreste, con ondate di calore e forte carenza idrica. L’effetto delle anomalie climatiche si ripercuote anche sulla biodiversità: nel sito di Carrega (Parma), negli ultimi 10 anni è stato osservato un decremento dell’area coperta da Quercus petraea, alla quale è andato sostituendosi il cerro. La mortalità del rovere è legata a diversi fattori, ma il riscaldamento è certamente fra questi. Attualmente nella foresta “urbana” di Castelporziano presso Roma, è in corso uno studio, condotto nell’ambito del progetto “TreeCity” finanziato dal Miur, sullo stoccaggio del carbonio e sul contemporaneo abbattimento di inquinanti, tra i quali l’ozono troposferico. Infine, sono stati presentati alcuni casi di studio; degno di rilievo quello riportato da R. Causin (Università di Padova) ha illustrato il problema delle micotossine su mais. Negli ultimi anni, e in particolare nel 2012, è stato registrato un incremento nella presenza di Aspergillus flavus e di aflatossine, proprio in relazione all’aumento delle temperature e allo stress idrico. La situazione meteo-climatica dell’estate scorsa ha creato le condizioni ottimali per la produzione di micotossine, con maggiori ripercussioni in Emilia-Romagna e in Veneto. A parità di inoculo, la concentrazione di tossine è stata maggiore: il 25% della produzione maidicola del 2012 potrebbe essere contaminata al di sopra del limite di legge (20 ppb)! Per concludere, i risultati esposti e l’interesse suscitato tra gli esperti hanno indotto a ritenere prioritario il tema dei “cambiamenti climatici in agricoltura”. La convinzione è che il successo della manifestazione abbia inviato un segnale positivo sulla via dell’integrazione tra le varie discipline coinvolte nell’argomento. Un particolare ringraziamento alla Regione Toscana che ha collaborato all’organizzazione della Giornata.

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