VIGNETO –

Dalle uve di Vigna Belvedere, censita tra i parchi storici, si produce il Vignot Sant’Antonio, un Erbaluce che vuole essere l’emblema del Canavese, grazie ad un pedigree di tutto rispetto

La strada del bio “estremo” preserva un vigneto storico

bottiglia di vino Vigno di Sant\'Antonio

«In ogni vino c’è la storia di un territorio». Le parole di Domenico Tappero Merlo accompagnano una domenica di sole nelle sue vigne sulla Strada dei Vini Reali Piemontesi nei pressi di Parella (To). I vigneti sono appartenuti un tempo a Giuseppe Giacosa, drammaturgo, scrittore e giornalista (ma anche letterato, medievalista, mecenate e in particolare librettista di Puccini), vissuto a metà dell’Ottocento in Piemonte.


La vigna del Belvedere, sull’anfiteatro morenico di Ivrea, è stata censita tra i parchi e i giardini storici della Provincia di Torino; da qui lo sguardo abbraccia tutto il Canavese. Alla fine di ogni filare c’è una rosa, sullo sfondo il Castel Rosso, nel casotto in fondo alla vigna affacciato sullo strapiombo si fermavano i viandanti e i cavalieri in quarantena. Nell’800 diventa villino per lo studio, adesso è sala degustazioni o nido per coppie di amici. All’interno del piccolo edificio è affrescata la leggenda della ninfa Albaluce, figlia del sole e della luna, le cui lacrime cadute a terra generarono preziosi grappoli di uva bianca.


La poesia e la raffinatezza permeano non solo il paesaggio, ma anche tutta la chiacchierata con Domenico, sommelier, degustatore e vignaiolo da più di dieci anni, che ha lasciato il mondo dell’informatica per ritornare alle radici, alla concretezza della terra.

Il Vignot Sant’Antonio
Il Vignot Sant’Antonio nasce in parte qui, a picco sul vallone loranzese, a circa 400 metri: il terreno è morenico, molto acido, di origine glaciale, organicamente povero. E’ stato praticato il sovescio con specie spontanee tipiche: rucola, senape, achillea, valeriana e trifoglio incarnato.


La vite è allevata a controspalliera con basse rese e alta densità di impianto (4500-6000 ceppi per ettaro). La potatura è a guyot, adottando il metodo Simonit&Sirch.


Oidio e peronospora sono combattuti senza molecole di sintesi, intervenendo sull’ambiente che circonda la vigna, «migliorando la struttura del terreno con lavorazioni che lo mantengono soffice e vivo. La raccolta si fa a metà settembre con selezione dei grappoli più scottati dal sole.


Per quanto riguarda la vinificazione, la fermentazione e l’affinamento sono fatti in acciaio con dodici mesi di permanenza sui lieviti tenuti costantemente in agitazione. In bottiglia si mantiene anche più di 10 anni.


Il Vignot che fa degustare è del 2009, il colore è paglierino con delicati riflessi gialli, il profumo intenso con accenni di pietra focaia iniziale che dà il testimone ad una bella nota di salvia matura e erbe aromatiche, che si uniscono ad un dolce agrumato ricordo di succo di ananas e bergamotto.


La vendemmia del 2013 ha regalato sorprese con vini più leggeri del solito, ma sempre profumati e agrumati.

Sovescio e trattamenti “vegetali”
Il Vignot Sant’Antonio è frutto della collaborazione e del lavoro di due aziende, quella viticola di Domenico Tappero Merlo e quella di Gianluigi Orsolani che si occupa della vinificazione.


L’azienda di Tappero Merlo ha sede a Loranzè (TO). Oltre al proprietario vi lavora un collaboratore responsabile dei vigneti e delle lavorazioni in campo e terzisti specializzati coinvolti al bisogno. Della proprietà fanno parte altri vigneti a Parella, Colleretto Giacosa, Loranzè e Piverone per una superficie di circa 2 ettari vitati. Alla base della piccola azienda viticola di Domenico c’è l’idea rafforzare le difese naturali della pianta, grazie anche alla vocazionalità del terreno. Viene posta particolare attenzione alla struttura organica dei suoli: da tre anni si pratica il sovescio mirato (con leguminose, graminacee, asteracee) per migliorare la fertilità di terreni molto acidi. I trattamenti sono a basso impatto ambientale, con prodotti alternativi a base di edera, equiseto, yucca, propoli. Inoltre sono previsti diradamenti per rese basse, arieggiamento dei grappoli con sfogliatura post-allegagione. Tutti i vigneti sono posti in zone particolarmente arieggiate che favoriscono naturalmente l’asciugatura della bagnatura fogliare. Si favorisce lo sviluppo della flora spontanea e della fauna tipica del luogo per favorire il naturale equilibrio tra le specie. I vigneti sono abitati da lombrichi, maggiolini, api, scarabei, ognuno dei quali contribuisce all’equilibrio del vigneto. Il concime organico viene autoprodotto con la tecnica del compostaggio in cumulo. Tutti i vigneti sono sperimentali con lo scopo di approfondire le conoscenze del vitigno Erbaluce e svilupparne al meglio le potenzialità. Anche la produzione delle barbatelle è controllata direttamente. Le marze sono selezionate in modo massale dai migliori ceppi dei vigneti e fatte innestare da un vivaista di fiducia. L’attività in vigna è una continua ricerca, riscoperta e rielaborazione di tecniche del passato recuperando quanto di valido si praticava storicamente in loco.

Cantina “grandi Cru”
L’azienda agricola che vinifica il Vignot Sant’Antonio è quella di Gianluigi Orsolani. La Cantina Orsolani ha una storica presenza nel Canavese vinicolo. Dal 1894 e da quattro generazioni produce vini e spumanti; conta attualmente 16 ettari vitati in gran parte ad Erbaluce e in parte a Barbera, Nebbiolo, Neretto di Bairo che concorrono nella produzione del Canavese Rosso. Tra le etichette più importanti l’Erbaluce di Caluso “La Rustia”, il Caluso Spumante a Metodo Classico, il Caluso Passito “Sulè”. Eccellenze vinicole italiane pluripremiate dalle più importanti guide. La cantina è membro del comitato grandi Cru d’Italia, associazione che raduna tutte quelle realtà che con attenzione e dedizione valorizzano le proprie produzioni e i territori di coltivazione. Le bottiglie prodotte dalla Cantina Orsolani annualmente sono circa 150.000 di cui 2.500 di Vignot Sant’Antonio. Dal 2009 è stata riconosciuta una protezione a livello mondiale del nome Erbaluce di Caluso, equiparandolo ad un nome geografico. Il traguardo giuridico dimostra quanto al vitigno sia universalmente riconosciuta la sua simbiosi con il territorio e dal 2010 è diventata una Docg.

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