68° Congresso Assoenologi –

Vengono dalla “fine del mondo” : vini che con know-how in vigneto e tecnologia in cantina sfidano gli effetti del global warming

La viticoltura eroica che sfida il deserto

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Sono i vini che arrivano dalla “fine del mondo”, per usare una perifrasi cara a Papa Francesco. Vini prodotti in quelle terre dove la coltivazione della vite avviene a condizioni estreme, in ambienti desertici e quindi poveri di acqua. Al tema della climatologia, che da qualche anno impone anche agli enologi più esperti una rivisitazione del modus operandi per adattarsi ai cambiamenti, è stata dedicata la terza sessione del 68° Congresso Assoenologi. La scarsità di precipitazioni, l’innalzamento dei picchi delle temperature impongono a chi coltiva di adottare un approccio nuovo e più flessibile. Anche se il 2013 si sta caratterizzando come un’annata di forti precipitazioni, le mutate condizioni ambientali si stanno verificando con frequenza da qualche anno anche in Italia. Ecco perché le esperienze raccontate ad Alba, nel cuore delle Langhe, da chi ogni giorno è costretto a misurarsi con realtà proibitive possono rappresentare un utile indirizzo anche per i viticoltori italiani. La morale delle esperienze presentate davanti ad una platea di 300 tecnici del settore enologico è chiara: saper trasformare in opportunità quella che a prima vista sembrano criticità.


Come sa bene Bob Bertheau, enologo direttore tecnico di Chateau St. Michelle Wine estate, che opera nella Columbia valley, nello stato di Washington. Uno stato posto all’estremo nord-Ovest del Paese, in un ambiente tagliato esattamente a metà dalla catena montuosa “delle cascate”, che divide un ambiente occidentale, fornte oceano pacifico, estremamente umido e caratterizzato da precipitazioni, da un vero e proprio deserto, ad est, dove le correnti oceaniche non riescono ad arrivare. È qui che è collocata l’azienda St.Michelle, la maggiore per estensioni in Usa. Qui le lunghe e calde giornate estive cedono il passo a giornate brevi e gelide in inverno (tanto che la resistenza al gelo è il problema numero uno di Bertheau). «Facciamo fronte a questa situazione – dice- prestando estrema attenzione alla scelta dei territori e valutando quali siano i mesoclimi più immuni sia all’eccessiva insolazione che all’eccessivo gelo. Ad esempio evitando di coltivare la vite nel fondo di valli strette soggette al fenomeno dell’inversione termica».


«Altre considerazioni riguardano la tempistica con cui viene somministrata l’acqua – continua – al vigneto dopo la vendemmia, per contenere crescite vegetative esuberanti in post-raccolta, quando le viti sarebbero più esposte all’effetto del veloce abbassamento delle temperature. Ci preoccupiamo anche di ritardare la potatura verde, per ridurre il rischio di gelate primaverili». E un valido supporto viene anche da un’intensa partnership con la Washington State University che ha sviluppato diversi indicatori di “resistenza al freddo”.


Sempre nel continente americano, ma nell’altro emisfero, ossia in Argentina è il teatro dell’esperienza descritta dall’enologo Alberto Antonini, italiano (anzi purosangue toscano, come testimonia l’accento non perso in decenni di permanenza all’estero. È il fondatore di “Matura”, società di consulenza globale nel settore vitivinicolo che opera in numerosi Paesi tra cui Cile, Sudafrica e appunto Argentina, dove ha vissuto la forte trasformazione del settore vitivinicolo occorsa negli ultimi 10 anni. Quella argentina è una “giovane-vecchia” viticoltura, impiantata dagli emigranti italiani 130 anni fa, con vigneti a guyot ultra secolari, ma ancora alla prima generazione. Oggi poi il paese latino americano è il quinto produttore mondiale con una produzione di 13,2 milioni di ettolitri all’anno. Il cuore della enologia argentina è nella regione di Mendoza, dove opera Antonini, caratterizzata da condizioni estreme. Ospita infatti la vetta più elevata del nuovo continente, ossia l’Aconcagua (7000 metri), è immersa in una zona a clima desertico ma conta su un’elevata disponibilità d’acqua grazie alle riserve dei ghiacciai andini. Una situazione che consente di prevenire buona parte delle infezioni di patologi fungini: zero peronospora, poco oidio, un po’ di botrite solo in certe annate in pre-raccolta. La gestione dell’irrigazione può essere però un fattore limitante, visto che gli oltre 10mila chilometri di canali (a gestione statale) riescono a irrigare solo il 4% del territorio. «Qui occorre quindi – spiega- un’oculata gestione dell’irrigazione a scorrimento, almeno fino all’invaiatura, per consentire un equilibrato sviluppo radicale e a goccia nelle fasi successive». Un clima particolare che ha consentito alla varietà francese Malbec di dare il meglio di sé («ma oggi occorre uscire dal discorso varietale, e puntare a rafforzare l’immagine dei diversi terroir mendoçini»). «E riguardo alle varietà italiane, il Sangiovese può stare tranquillo, perché non sembra dare i risultati registrati in Italia, mentre la Bonarda sembra giovarsi della possibilità di un ciclo colturale più lungo, con ottimi risultati organolettici».


Alla stessa latitudine sud, ma al di là dell’Atlantico, il territorio sudafricano è caratterizzato, nel suo angolo estremo a nord-ovest, da un clima desertico, senza rilievi impegnativi come le Ande. Ma il territorio di Belville può comunque fare affidamento sull’acqua del fiume che l’attraversa. È in questo territorio che sono situati i vigneti dell’azienda Namaqua Wines. Ad Alba (Cn), davanti agli enologi italiani riuniti in congresso, il direttore enologico Len Knotze e il responsabile viticolo Heinè Jense van Rensburg hanno illustrato gli accorgimenti agronomici ed enologici per operare in un clima caratterizzato da forti insolazioni e da precipitazioni che non superano i 100 mm annui. A differenza dell’Argentina, qui la gestione del vigneto è interamente meccanizzata. Ma richiede comunque tecnologia e inventiva per aggirare le criticità delle condizioni ambientali: potatura meccanica in inverno, più o meno spinta a seconda del vitigno, dell’ambiente e del tipo di vino che si vuole ottenere.


E in cantina, per sconfiggere problemi derivanti da tempi di raccolta non ottimali (l’estensione dei vigneti, e la loro “dispersione” all’interno di un’area semidesertica impone di lavorare per blocchi di terreno, più che per indice di maturità dell’uva), è stato installato il sistema “flash détente” per evitare di fermentare uve non perfettamente mature. In questo modo il colore è estratto rapidamente. Per evitare, al contrario, problemi di elevate gradazioni zuccherine dovute al clima, si ricorre a un evoluto impianto di dealcolazione che assicura un migliore equilibrio del prodotto ottenuto (ultrafiltrazione a “sweet spot”). Una tecnica che sta prendendo piede anche nel nostro paese.


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