La vulnerabilità della filiera del vino italiano

Tornano le frodi e il vino del Belpaese scivola ancora una volta nelle pagine di cronaca nera. Effetto delle perturbazioni innescate dai bassi prezzi spagnoli? Di sicuro c’è ancora molto da fare per valorizzare la qualità delle nostre produzioni


Cantina-Nas-carabinieri

Estate 2015 calda e amara. Con il ritorno dopo 30 anni delle volanti in cantina e sequestri che superano i 620 mila ettolitri. Il vino italiano scivola così ancora una volta sulle pagine di cronaca nera e le ipotesi di reato sono un deciso ritorno al passato: sofisticazioni (vino “col bastone”) e truffe sull’origine. Frodi d’altri tempi, ma qualsiasi ironia è messa fuori gioco dall’entità rilevante dei sequestri. E i tentativi di declassare il fenomeno a problema regionale è destinato a naufragare. Le strutture indagate non sono di secondo piano e svolgono un ruolo centrale in alcune delle aree più vocate del nostro Paese. Dopo 3 decenni di celebrazione degli exploit del vino italiano, rinato come una novella fenice dalle ceneri dello scandalo metanolo, gli eventi dell’estate 2015 risuonano come una triste sveglia. Non è vero che il consumo di vino si è orientato sulla qualità, che si “beve meno, ma meglio”. Da anni scriviamo che il mercato è cambiato, che l’epoca degli scandali è finita per sempre, e poi ci accorgiamo che in realtà il mercato non è cambiato affatto, ha semplicemente assunto una dimensione maggiore, transnazionale, il che lo rende ancora più difficile da gestire (e controllare). E che basta un piccolo evento di perturbazione come i bassi prezzi del vino spagnolo per mostrare la vulnerabilità della filiera enoica italiana.

Le distorsioni dell’ocm

Una perturbazione a cui non siamo del tutto estranei, perché innescata dalle distorsioni dalla politica agricola comunitaria. Il Paese iberico vanta infatti già la maggiore estensione vitata al mondo, e gli aiuti europei per il restyling vigneti ne hanno innalzato decisamente le rese. Proprio come è successo in Italia 40 anni fa. E la sbandierata svolta verso il mercato operata da Bruxelles con le due ultime Ocm, che hanno introdotto gli incentivi agli espianti e la vendemmia verde, è risultata un arma a salve perché il basso prezzo dei vigneti spagnoli (non più di 12mila ettari per un terreno vitato nella regione della Castiglia La Mancha o addirittura 3-4 mila senza vigneto, contro il minimo di 30-50mila che si registra in Italia), spinge a continuare a produrre. Chi infatti ha convertito allevamenti storici ad alberello con basse rese si può infatti permettere di continuare a produrre anche in perdita, usufruendo comunque di contributi da 18mila € per cinque anni. Così anche il tentativo di ripristinare la distillazione di crisi effettuato alla fine della scorsa vendemmia dal governo di Madrid è fallito e il mercato internazionale è stato invaso da vino spagnolo a basso prezzo. Una situazione che ha reso evidente il fallimento della nostra politica commerciale. L’Italia, nonostante i cospicui investimenti nelle misure di promozione sui mercati esteri non ha saputo, salvo che per le etichette leader, imporre la qualità delle proprie produzioni. Il cedimento è evidente in alcuni dei maggiori mercati di riferimento, con partner storici come la Germania che hanno ripiegato sulle produzioni spagnole anche per le basi spumante.

Non si vive di sole Doc

I comunicatori esperti storcono il naso, eppure non si vive solo di Doc e Docg: se si vuole difendere il panorama di un territorio vitato che copre senza soluzione di continuità tutta la penisola occorre anche saper difendere le produzioni base, il vino sfuso, l’ex- vino da tavola. Il grosso del mercato insomma. Senza la base, anche le produzioni poste ai gradini superiori della piramide qualitativa rischiano di slittare velocemente verso produzioni extramarginali. Una situazione di crisi che del resto non risparmia nemmeno la Francia. Un articolo pubblicato sul quotidiano “El Paìs” lo scorso mese di maggio metteva infatti già in evidenza il problema del vino spagnolo esportato a basso prezzo dalla regione della Castiglia La Mancha e destinato al taglio delle produzioni di qualità francesi. Dopo la produzione record di più di 52 milioni di ettolitri realizzato nel 2014, l’export spagnolo si è decisamente innalzato e questa regione, in particolare, è arrivata a rappresentare da sola più del 50% dell’intero valore delle spedizioni transfrontaliere (1,37 milioni di ettolitri su 2,28 totali).

Le svendite de La Mancha

Il prezzo medio ovviamente ne risente: quello medio spagnolo nel 2014 era 1,11 €/litro (contro i 2,5 dell’Italia e i 5,37 della Francia), ma il prezzo medio della regione di Castiglia La Mancha non arriva a 0,50 €/litro, costituito quasi interamente da vino sfuso prodotto sottocosto. Per contrastare queste distorsioni l’Italia ha solo due possibilità: affermare la propria qualità anche sulle produzioni base, puntando a valorizzare il know-how dei nostri produttori piuttosto che alla solita stucchevole esaltazione della formula dell’interazione vitigno- territorio (che a quanto pare non viene più considerata inimitabile), oppure sedersi ed aspettare, nei prossimi 5 anni, la fine dell’effetto distorsivo dei contributi per il restyling dei vigneti spagnoli.

Controlli che funzionano

Da rigettare invece completamente la terza soluzione trovata dalle cantine finite sotto inchiesta. Il vino finto e le origini taroccate portano solo discredito su tutta la produzione nazionale, demoralizzano gli enoappassionati e mettono in evidenza la vacuità della comunicazione tradizionale del vino. C’è da chiedersi infatti: ma quante cantonate prendiamo ogni giorno parlando di vino? Perché è da decenni che inseguiamo descrittori improbabili, profili aromatici imperscrutabili, evoluzioni in bottiglia interminabili. E nessuno che si sia accorto che il mercato del vino non è cambiato affatto, il prezzo medio, al di là di rarefatte punte d’iceberg, non si è affatto alzato. Anzi la dimensione ormai globale ha moltiplicato un problema che oggi come allora rischia di travolgerci in un momento tornato ipercritico. E nessun ipercritico, degustatore o semplice consumatore che oggi come allora abbia saputo scoprire la differenza tra un vino e un intruglio. Una differenza rispetto a quanto capitato nel 1986 per fortuna c’è e non è da poco: allora è stato lo scandalo e sono state le morti a portare a galla il fattaccio. Oggi sono state le analisi e le ispezioni a farlo. Almeno di questo c’è da essere orgogliosi.

Visualizza l’articolo intero pubblicato su VigneVini n. 9/2015


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