L’Abbazia di Praglia e il vino dei benedettini

L’ultimo avamposto enologico degli artefici dello sviluppo della viticoltura nelle zone storiche del vecchio continente


Abbazia di Praglia

Il legame tra il vino e la religione non è da mettere in relazione soltanto con la simbologia e il rituale cristiano, ma anche e soprattutto con gli aspetti culturali che legano il monachesimo con la viticoltura e l’enologia. Infatti, dopo la fine dell’Impero Romano, è la diffusione del monachesimo in tutta Europa che porta alla rinascita dell’agricoltura e della coltivazione della vite in particolare; e non poteva essere diversamente, poiché i monasteri erano i depositari della cultura georgica latina che tanto aveva fatto per lo sviluppo della coltivazione dei campi.

Ora, labora et bevi il giusto!

Sicuramente i monaci benedettini, per il loro atteggiamento nei confronti del lavoro (ora et labora), visto anch’esso come una forma di preghiera, furono quelli che più di altri contribuirono allo sviluppo dell’agricoltura a partire dal Medioevo.

La Regola di San Benedetto, tra l’altro, non vieta il consumo del vino al di là dell’impiego rituale, anche se il Capitolo XL (“la misura del bere”) fornisce indicazioni precise sulla sua assunzione: “… riteniamo che un’emina di vino al giorno per ciascuno possa bastare. Ma quelli a cui Dio dona la forza di astenersene sappiano che riceveranno una ricompensa particolare. Se poi le difficili condizioni locali o il tipo del lavoro o il caldo estivo richiederanno una razione maggiore, il superiore avrà la facoltà di disporla, vigilando in ogni caso che non si arrivi alla sazietà o all’ubriachezza”.

Evidentemente l’episodio biblico dell’ubriachezza di Noè è servito da esempio, e i Benedettini, nell’ambito di un ferreo senso della misura, sono divenuti pregevoli produttori di vino e raffinati conoscitori del prodotto.

L’eredità del cellario di Hautevillers

Si pensi solo ai monaci che studiarono le caratteristiche dei vini prodotti su appezzamenti differenti, definendo i tipici climat della Borgogna (piccoli vigneti le cui caratteristiche sono influenzate dalle condizioni microclimatiche e del suolo). Oppure si pensi a Dom Pierre Perignon, cellario dell’abbazia benedettina di S. Pierre d’Hautevillers (vicino a Epernay) che, anche se non è certo sia stato l’inventore del famoso Champagne, studiò a lungo i vitigni, i vini e il loro assemblaggio e adottò il tappo di sughero al posto di quelli di stoppa o di cera usati fino ad allora: anche se non inventò lo Champagne, sicuramente individuò la chiusura migliore per ottenerlo.

Oggi è rarissimo trovare abbazie e monasteri che producono vino, ma sui Colli Euganei, i monaci benedettini dell’Abbazia di Praglia (Teolo, PD) stanno riannodando i fili di un percorso, più volte interrotto dagli eventi storici, che li porterà dal Medioevo al futuro prossimo, proprio sulla scia di Dom Perignon.

L’Abbazia, fondata nel 1080, probabilmente fu dotata sin nell’impianto originario di una cantina, visto che un documento del 1130 ne attesta la presenza.

Crocevia tra vino de monte e de plano

L’area doveva essere ben dotata di vigneti, visto che gli statuti padovani, anteriori al 1236, prescrivevano ai contadini la tenuta di un campo padovano (3862,5726 m2) a vigneto ogni venti campi posseduti (7,7 ettari circa). Per ogni campo vitato, inoltre c’era l’obbligo di piantare 12 ulivi, a testimonianza di un microclima non particolarmente freddo sui Colli Euganei. Nella pianura era più frequente trovare terre “aratorie-arborate-vignate”, ovvero filari di viti maritate al salice o al platano che incorniciavano campi di cereali o di prati per l’allevamento dei bestiame.

Da questa descrizione si evince che Praglia era sorta in mezzo ad un’area fertile, che offriva i tre prodotti della terra di grande valenza simbolica nella religione cristiana: pane, vino e olio.

Considerato poi che l’Abbazia arrivò a possedere 5 mila campi padovani di terreno nell’intorno (circa 1500 ettari), è ragionevole pensare che il paesaggio degli Euganei, così ricco di vite e ulivo sia stato in buona misura “plasmato” dai monaci.

L’impostazione medioevale del paesaggio, evidentemente, assecondò la naturale vocazionalità del luogo visto che si mantenne nei secoli, come testimonia un passo di una “Guida di Padova e della sua provincia” di metà Ottocento: “Nel circondario degli euganei si tengono le viti basse ed a palo secco; non è che nelle campagna adiacenti al piede di Monselice dove esse si lasciano ascendere sui pioppi a grande altezza e non si potano che nel terzo anno. Nella parte alta ed asciutta della provincia le viti si tengono accoppiate al noce e in bei festoni distesi dall’una all’altra pianta; ma nei terreni alquanto umidi e bassi, al noce viene sostituito il salcio e talvolta il pioppo” (1842).

L’Abbazia di Praglia gestiva direttamente alcuni appezzamenti, ma la maggior parte dei terreni era concessa ai contadini secondo il contratto agrario del livello; questo consentiva di migliorare i fondi agricoli garantendo il sostentamento dei contadini e proventi per il mantenimento della “fabbrica” abbaziale. Per quanto riguarda il vino, i documenti ci raccontano sostanzialmente di due tipologie di prodotto: il “vino de monte”, di buona qualità, ricavato dalle vigne di collina, impiegato per le funzioni liturgiche, per la mensa dei monaci e molto apprezzato anche dalle famiglie benestanti della città, e il “vino de plano”, meno pregevole, destinato ad essere commercializzato e consumato nelle taverne.

Schiava e Garganega

Questi vini erano prodotti con due varietà di uva principali, la vite schiava e la vite garganica. La schiava era molto produttiva, di pronta maturazione, con grani tondi, grappoli spessi e tralci robustissimi; la garganega, anch’essa molto fruttifera, era chiara e dorata. In entrambi i casi si ottenevano vini bianchi limpidi, moderatamente alcolici, di facile conservabilità.

Vengono poi ricordate anche le “viti pergolate”, sia bianche che nere, più adatte al consumo da tavola o per la produzione di “agresto”, il condimento sostitutivo dell’aceto, e le “viti palestre”, il cui nome fa pensare più alla forma di allevamento a palo secco, che non ad una specifica varietà.

La storia secolare di coltivazione della vite e di vinificazione di Praglia fu interrotta nel 1810, a causa della soppressione degli ordini religiosi da parte del governo napoleonico.

Nel 1834 l’imperatore Francesco I d’Austria fece riaprire l’Abbazia e nel 1864 “si apriva colà anche la Colonia agraria, e gli stessi padri davano scuola elementare ai giovanetti allievi ed insegnavano loro teoricamente e praticamente i rudimenti di agricoltura. E notisi che il convento possedeva allora una cinquantina di campi, misura padovana, e quel podere era cinto di mura e disposto a collina e a pianura, e ricco di vigneti, di oliveti, i quali però soffersero negli ultimi inverni rigidi e per l’incuria in che furono lasciati” (Annali del Ministero di agricoltura, industria e commercio, 1870).

Questa testimonianza ci mostra anche l’opera di divulgazione agricola operata dai monaci benedettini. Purtroppo, però, il neonato Regno d’Italia, nel 1867 decretò una nuova soppressione degli ordini religiosi e la comunità monastica di Praglia fu sciolta: rimasero solo alcuni monaci come custodi dell’Abbazia.

La riscossa enologica nel XXI secolo

Bisognerà aspettare il 1904 per vedere ripartire l’attività monastica regolare, compresa la coltivazione a vite di un brolo annesso all’Abbazia, attività condotta fino al 1987, anno in cui si decise di interrompere la produzione di vino vista l’inadeguatezza della cantina.

Ma i benedettini non possono stare troppo a lungo senza occuparsi di viti e olivi, così con l’inizio del XXI secolo è partito un progetto di riqualificazione della cantina e dei terreni dell’Abbazia di Praglia, anche se oggi il mantenimento e l’ammodernamento di una “fabbrica” imponente come quella di Praglia non è semplice senza le proprietà e, di conseguenza, le entrate del passato.

Il progetto è partito piano piano, senza clamori, nel 2006 con il nuovo impianto dei primi vigneti e con l’allestimento negli antichi spazi di una cantina piccola, ma moderna ed efficiente, in grado di coniugare la millenaria tradizione culturale benedettina e la tecnologia più recente. Insieme ai monaci, ideatori e promotori dell’impresa, offrono il loro prezioso apporto esperti consulenti (agronomo in campagna ed enologo in cantina) e collaboratori dipendenti, per lo più giovani, in una sinergia di contributi che coniuga tradizione, progettualità, conoscenze tecniche, fatica, in spirito di abnegazione e passione. Il vino diventa così non mero prodotto aziendale, ma “opera” bella – oltre che buona – che contribuisce ancor oggi a scrivere significative pagine di quella “economia di vita” di cui la Regola benedettina è stata in passato ispiratrice e che probabilmente ha ancora qualcosa di importante da dire.

Per la “rinascita” del vino di Praglia si è puntato sul territorio e quindi sulle varietà tipiche locali, a iniziare dalla Garganega per arrivare ai Rabosi, sia Piave che Veronese, e al Moscato giallo, localmente detto Moscato fior d’arancio. Non mancano anche vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet, che sono di casa in Veneto ormai da tempo. Le vigne si sono ampliate fino ad arrivare agli attuali 10 ettari, che si dovrebbero completare con un prossimo piccolo impianto “d’altura”, in una proprietà posta sul Monte della Madonna a circa 500 metri di altitudine.

 

LA CONDIVISIONE DEL VINO DA MESSA

I vini al momento disponibili sono un bianco e un rosso base, che non potevano non ricordare nel nome, Pratàlea (toponimo latino di Praglia), il luogo e la sua lunga storia.

Decanus è il vino affinato in botti grandi realizzato con prevalenza di Merlot, accompagnato da Cabernet Sauvignon. Il bianco più pregiato è realizzato con Garganega e Chardonnay ed è dedicato alla prima luce del mattino, Hora Prima.

Una particolarità è senza dubbio il Moscato Fior d’Arancio secco, che si presenta austero e generoso al contempo, tanto da meritare il nome di Sollemnis. La versione passito, invece, invita alla meditazione sin dalla denominazione: Claustrum.

Da ammirare lo spirito di condivisione dei monaci di Praglia, che rendono disponibile anche ai comuni consumatori l’eccedenza del vino da Messa, un prodotto fatto senza aggiunta di solfiti e senza additivi enologici di sorta, che grazie al leggero residuo zuccherino esalta al meglio la fragranza del Moscato Fior d’Arancio.

 

Leggi l’articolo completo su VigneVini n. 10/2015. L’edicola di VigneVini


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