La Basilicata rimane una delle principali regioni italiane per la coltivazione intensiva dell’albicocco, ma per le minacce fitosanitarie della Sharka rischia un drastico ridimensionamento.

L’albicocco negli ambienti meridionali: serve un’attenta programmazione

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L’albicocco, tra le drupacee, è specie in controtendenza in termini di superfici e produzioni. La tabella 1 illustra l’incremento delle superfici di circa il 17% avvenuto durante il decennio 2001-2011. A livello regionale, la maggior parte della produzione è concentrata in solo 3 regioni, Emilia-Romagna, Campania e Basilicata. Se nelle prime due, ritenute da sempre regioni storiche per la coltura, si è avuto un decremento di circa il 5%, in Basilicata negli ultimi 10 anni si è avuta la triplicazione delle superfici coltivate. I dati statistici disponibili non appaiono veritieri se riferiti alla Puglia, dove negli ultimi 5 anni la superficie investita ha subito un forte incremento, con una stima di circa 1.200 ha. Tale situazione è dovuta allo spostamento del prodotto dalla destinazione industriale al mercato fresco, alla selezione di nuove tipologie di frutti con requisiti estetici, organolettici, di consistenza e serbevolezza superiori a quelli del passato che hanno riscosso l’interesse dei frutticoltori per la maggiore redditività della coltura, ad una nuova logistica verso i mercati di consumo distanti dai luoghi di coltivazione. In Basilicata la coltivazione dell’albicocco ha avuto inizio negli anni’70 con l’introduzione di varietà di origine campana che meglio si adattavano tanto alle condizioni ambientali, quanto alla destinazione del prodotto per la trasformazione industriale. L’epicentro dello sviluppo è stato nei comuni di Rotondella e Policoro che, ancora oggi, rappresentano i maggiori centri di coltivazione per questa specie. L’incremento dell’ultimo decennio deriva sia dal forte interesse commerciale per questa specie, sia dalle adeguate condizioni pedoclimatiche che consentono il conseguimento di uno standard produttivo quanti-qualitativamente rilevante. In Puglia, negli ultimi 5 anni si è assistito ad un fortissimo incremento dell’ interesse verso l’albicocco, sia per le buone performance assicurate dalla coltivazione sulle terre rosse che poggiano su banchi di pietra calcarea tipiche dell’altopiano delle Murge, sia per la necessità di riconvertire parte dei terreni destinati ad uva da tavola che sta attraversando congiunture commerciali negative. Questa espansione interessa sia aree storiche della frutticoltura pugliese (a Nord le zone della Valle dell’Ofanto – Canosa, San Ferdinando di Puglia, Ortanova, Cerignola), sia le aree costiere del Nord barese, sia infine nuovi territori dell’altopiano murgiano e del Sud-Est barese.

La scelta di varietà e portinnesti

L’esigenza di cambiamento ha determinato una “corsa” alle nuove varietà, con l’introduzione di cultivar selezionate in areali con condizioni climatiche molto differenti da quelle meridionali, con comportamento vegetativo differente dalle varietà tradizionali e quindi meritevoli di essere preventivamente valutate e gestite con approcci tecnici completamente nuovi. L’introduzione dei genotipi sovraccolorati ha introdotto il nuovo problema di una corretta determinazione dell’epoca di raccolta considerato che in molti casi, allettati dalle buone quotazioni, si tende a raccogliere con molto anticipo, quando i frutti sono all’inizio invaiatura, adottando criteri traslati dalle vecchie varietà tradizionali. Così si penalizzano numerose varietà che vengono mal giudicate per insufficienti qualità organolettiche, sorvolando sul fatto che il colore di fondo della buccia dell’albicocco a maturazione è giallo e non di diverse sfumature di verde. Pensare alla formulazione di carte colorimetriche appare improbabile in considerazione della veloce evoluzione varietale. Sono quindi indispensabili le note tecniche del costitutore e la messa a punto di strumenti di facile utilizzo, come il DA-Meter, che possono essere di grande aiuto. L’attenta valutazione delle esigenze fisiologiche, come il fabbisogno in freddo ed in caldo, di quelle genetiche, come l’autocompatibilità, costituiscono invece la base per evitare insuccessi produttivi sempre possibili con una specie così poco plastica per adattabilità come l’albicocco. La delimitazione di aree omogenee rispetto alle ore di freddo e di caldo da parte dei centri di sperimentazione, oltre alla determinazione dei fabbisogni delle singole cultivar, costituirebbe un valido supporto alle scelte del frutticoltore. Approccio che si può estendere alla scelta degli impollinatori più idonei per ogni specifica varietà. Altro aspetto riguarda i portinnesti, considerata la generalizzata proposizione del Mirabolano 29C che è indubbiamente un soggetto valido e versatile per la specie. Facile nella moltiplicazione attraverso la micropropagazione “in vitro”, di sicuro non rappresenta la migliore soluzione in tanti ambienti di coltivazione meridionale, laddove nei primi impianti in Basilicata e nella “storica” frutticoltura campana sono stati utilizzati franchi di pesco. Nei terreni vergini e ben drenati i franchi di pesco Missour e Montclar®Chanturgue o quello di albicocco Manicot assicurano standard qualitativi migliori rispetto al mirabolano e alle sue selezioni. Altra grande potenzialità espressa e da verificare nelle diverse combinazioni e in più ambienti deriva dall’utilizzo di portinnesti di Prunus domestica come Tetra e Penta.

Il panorama varietale coltivato
 
Il calendario di maturazione in Basilicata inizia intorno al 25 aprile con Ninfa coltivata in ambiente forzato e con tecniche colturali specifiche; continua poi con la stessa varietà in pieno campo, cui seguono Bora*, Carmentop®CarmenPop*, A. Errani, Bella d’Imola, Bella d’Italia, Precoce d’Imola, Orange Rubis®Couloumine* (la più impiantata degli ultimi anni, con frutti sovraccolorati e di buon sapore, anche se va gestita bene la raccolta in quanto tende a macchiarsi, aspetto che la rende idonea per le filiere corte in termini logistici). Tra le vesuviane Cafona, Vitillo, S. Castrese, Palummella, Portici, Pellecchiella, Boccuccia, con buon sapore e caratteri estetici tradizionali, non sono più in cima alle preferenze del mercato; solo Portici e Pellecchiella rispettano gli attuali canoni, anche per la buona predisposizione alla trasformazione industriale. In ultimo, Kioto, autofertile, che presenta frutti molto sovraccolorati e di sapore discreto, ha avuto una buona diffusione nei campi commerciali, con risultati interessanti da un punto di vista produttivo, ma che questo anno, con basso numero di ore di freddo, ha tradito le aspettative dei frutticoltori. In Puglia, nelle zone alte e “fredde” del Sud-Est barese, si è avuta un’importante diffusione delle varietà tardive del gruppo Carmingo® con Farbaly, Fardao e Farclo, mentre, nel periodo precoce ottimi risultati si stanno avendo con Primius e Mediabel.

Le nuove introduzioni
 
L’introduzione di nuove varietà necessita di osservazioni pluriennali; allo scopo è fondamentale il lavoro svolto dai centri di sperimentazione pubblica, ma anche dalle osservazioni effettuate in campi commerciali-catalogo dove su poche varietà è possibile mettere a punto anche una tecnica colturale appropriata. La completezza di giudizio è legata ai tempi di valutazione, almeno 4-5 anni, per verificare il comportamento in differenti condizioni climatiche (ore di freddo, umidità dell’aria, ecc.), ma spesso la forte pressione nell’introduzione delle nuove varietà porta ad una forte diminuzione di questi tempi di valutazione con rischi oggettivi di insuccessi produttivi. Molte delle nuove introduzioni sono auto-incompatibili, per cui si rende indispensabile l’abbinamento di adeguati impollinatori, che variano rispetto alle diverse zone. Rispetto alle esigenze in ore di freddo, negli ultimi anni sono state introdotte varietà a basso e/o ridotto fabbisogno (Mogador, Margottina, Colorado, Flopria, ecc.), con fioriture precoci, la cui completa valutazione è in corso, anche se alcuni aspetti risultano ormai acquisiti. Per Mogador si riscontra una sensibilità alla spaccatura all’apice, riscontrata anche con stagioni primaverili non particolarmente umide e piovose; Wondercot*, auto-incompatibile, presenta frutti dolci e aromatici, ma tra i punti deboli si riscontra la maturazione all’apice del frutto, la cascola pre-raccolta e il “cracking” nelle annate piovose, nonché la frattura dell’apice del nòcciolo. Nella stessa epoca sono state introdotte altre varietà come Tsunami*, auto-incompatibile, che per produrre va ben impollinata, e che può talora presentare un’imperfetta saldatura della linea di sutura. Per Pricia* e Banzai*, autofertili, introdotte da pochi anni, resta da verificare l’adattabilità ai diversi ambienti di coltivazione. Rubistà*, autofertile, presenta frutti molto colorati, con colore che tende al viola, molto dolci; ancora da confermare la produttività e la risposta del mercato a frutti totalmente diversi anche dagli standard commerciali introdotti negli ultimi anni. Nei campi commerciali è da 5 anni introdotta l’autofertile Flopria*, selezionata a Murcia in Spagna; le indicazioni sono positive per la produttività, discreto il sapore dei frutti, anche se a volte presentano una leggera rugginosità. Per gli aspetti produttivi è stato riscontrato un comportamento positivo per Flavorcot®Bayoto*, di ottimo sapore, che è risultata tra le migliori varietà attualmente in valutazione. Il calendario tardivo inizia con Pieve, di discreta produttività, anche se i frutti hanno piccola pezzatura, ma di ottime caratteristiche organolettiche, con maturazione a cavallo tra giugno e luglio. Di particolare interesse è la produzione molto tardiva che inizia con Faralia, con frutti di sapore interessante; a seguire, dopo circa tre settimane, si raccoglie Farbaly, molto produttiva, da diradare con cura, con frutti di aspetto discreto e di buon sapore; chiudono questa fase Fardao, Farclo e Farius, accomunate da frutti di buon sapore, più o meno sovraccolorati, particolarmente resistenti alle temperature estive che consentono una buona tenuta sulla pianta. In questo modo il calendario di produzione in questi due areali parte da fine aprile in coltura forzata e termina a fine agosto, passando da 60 a 120 giorni di offerta.

Le varietà resistenti a PPV
 
Nelle aree vocate, in cui insistono focolai di Sharka, un aiuto potrà venire dalla disponibilità di nuove varietà che mostrano resistenza o tolleranza a questo virus, su cui stanno lavorando numerosi “breeder” a livello internazionale. E’ bene sottolineare che queste varietà in molti casi non esprimono sintomi sui frutti, che risultano essere commerciabili benché le piante risultino infette, rendendole così “portatori sani” della Sharka, un aspetto che va ben valutato in zone ancora indenni; tale risorsa va gestita con precise strategie. Innanzitutto bisogna essere consapevoli che la disponibilità di germoplasma resistente non è garanzia di successo agronomico e commerciale, in quanto necessita di una sperimentazione in campi di confronto varietale per verificare l’adattabilità alle condizioni pedoclimatiche dei diversi areali di coltura, verificando il gradimento da parte del mercato e dei consumatori. Inoltre, ci deve essere la consapevolezza che la resistenza non sempre è definitiva, in quanto PPV è un patogeno che muta facilmente adattandosi velocemente alle condizioni che trova e selezionando naturalmente nuove varianti del virus. La prima varietà ad essere commercializzata in Italia è stata Bora*, costituita dal prof. Bassi, a maturazione precoce, con epoca di fioritura intermedia, frutti di grossa pezzatura e un colore aranciato intenso, polpa di buona consistenza e dolce. Questa varietà è ben diffusa e sta offrendo discreti risultati. Negli ultimi anni sono state introdotte le varietà resistenti a PPV, selezionate in Spagna dal Cebas di Murcia, Mirlo Blanco, Mirlo Rojo e Mirlo Naranja, che presentano autocompatibilità e maturazione precoce, quasi tutte nel mese di maggio. Attualmente non si hanno dati sufficienti sul comportamento negli ambienti meridionali; bisognerà verificare l’eventuale esigenza di copertura per proteggerle da eventuali ritorni di freddo e le caratteristiche dei frutti. Di altre varietà, sempre di origine spagnola, costituite dall’IVIA di Valencia, si conoscono Mioxent, IVIA-Alba-69, IVIA Alba-8, IVIA-Alba-71, ma, così come per la francese Aramis®Shamade, costituita dall’INRA, non si ha ancora alcun dato negli ambienti di coltivazione nostrani. Sarebbe auspicabile che le nostre istituzioni, nazionali e regionali, finanziassero attività di ricerca e sperimentazione volte all’ottenimento di varietà resistenti, in modo da offrire ai nostri frutticoltori genotipi selezionati nei nostri ambienti colturali.

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