Le turbolenze della pre-moltiplicazione

Sempre più varietà a registro, sempre meno cloni. Si rischia l’erosione genetica mentre chi deve salvaguardare la purezza e la sanità del vigneto Italia è sempre più in affanno


moltiplicazione

Cala la superficie in produzione, cresce quella in moltiplicazione. Una tendenza che dura da qualche anno ma che nel 2016 ha subito un’ulteriore impennata.

Supera infatti ampiamente i 230 milioni (Tab.1) il numero totale di piantine di vite messe in vivaio, di cui oltre 211 milioni innestate, registrando un aumento del +15% rispetto all’anno scorso, +22% rispetto al 2014. Sono questi i dati relativi alla disponibilità vivaistica per i nuovi vigneti italiani (e non solo) per la campagna 2016-17 che il Crea, con il suo servizio Nazionale di Certificazione della vite ha messo a disposizione sul sito del Mipaaf (http://catalogoviti.politicheagricole.it). Le piantine appartengono a varietà iscritte al Registro Nazionale o ad altri Registri dei Paesi Ue.

E la Glera si impenna

Per quanto riguarda il nostro Paese sono 406 le varietà, sulle 511 iscritte a registro, che hanno prodotto talee innestate. La medaglia d’oro spetta naturalmente alla Glera con oltre 23 milioni, in netta ripresa rispetto alla flessione del 2013 e 2014 quando il blocco dei nuovi impianti nell’area Prosecco ne aveva fato scendere la produzione sotto i 5 milioni di barbatelle. Il posto d’onore spetta al Pinot Grigio con quasi 19mila talee innestate, poi Sangiovese con 12 milioni e Chardonnay con oltre 10. Tra gli outsider risultano in crescita Primitivo (quasi 6 milioni), Catarratto (oltre 2) e Grechetto Gentile (1,4 milioni) grazie all’espansione dell’area di produzione del Pignoletto tra Emilia e Romagna. Riguardo alle Regioni più produttive è inscalfibile il record del Friuli (oltre il 60%) grazie alla presenza dei Vivai Coperativi Rauscedo, numero uno del vivaismo viticolo internazionale, si consolida il second posto del Veneto (14%) e salgono Sicilia e Puglia (rispettivamente 6,5% e 6% della produzione nazionale), mentre scivola la provincia di Trento, che ha spostato in Veneto una fetta importante della sua attività di moltiplicazione.

I vivaisti italiani però non guardano più solo ai vigneti di casa ma esportano in tutto il mondo e anche in questo caso Vcr detiene il record, esportando in circa 30 paesi diversi. Un quadro positivo che però non è esente da alcune difficoltà, soprattutto nella fase di pre moltiplicazione, un settore ancora molto frazionato. Il numero delle aziende che producono materiale iniziale e di base è infatti molto elevato se rapportato ai quantitativi prodotti dalla singola azienda e ciò compromette l’efficienza economica sia delle azienda pubbliche che moltiplicano i cloni che di quelle private. Una crisi perdurante che ha spinto il Miva , l’associazione che rappresenta un buon numero di vivai italiani, a dedicare il suo 43° Congresso, lo scorso 21 ottobre a Rimini, al tema “Presente e futuro del materiale viticolo di base e sua diffusione”.

Materiale iniziale, l’ultima moda

«L’ultima tendenza – afferma Mario Pecile del Crea-Vit di Conegliano – è quella di usare la categoria iniziale per produrre materiale base e certificato». Gli ettari destinati a questo materiale son lievitati di cinque volte negli ultimi 4 anni, trascinando verso l’alto le superfici complessive di piante madri. Il vantaggio è legato al fatto che questo materiale, derivante dalle screenhouse dove viene preservato dal punto di vista sanitario,  arriva prima sul mercato perché dopo 5 anni deve essere rinnovato (contro i dieci del materiale base). Una minore permanenza in campo che è un’ulteriore garanzia per la distribuzione di un materiale qualitativamente ancora migliore.

Carmelo Zavaglia, sempre del Crea-Vit di Conegliano, fa notare che questa tendenza della crescita delle superfici a piante madri non è nuova e aveva raggiunto l’apice agli inizi degli anni ‘80 a causa di una politica agricola comunitaria che aveva favorito l’incremento di produzione fino a creare forti eccedenze. Una situazione che si era normalizzata all’inizio del decennio successivo con le politiche degli estirpi e delle riconversioni. La forte ripresa degli impianti e quindi degli investimenti dei vivai e dell’impegno dei nuclei di premoltipicazione è arrivata nel 2012 grazie al decreto dirigenziale del 13 dicembre 2011 che ha incentivato il rinnovo degli impianti. E un ulteriore spinta è arrivata negli ultimi due anni dall’attività di miglioramento genetico, con la disponibilità di nuovi cloni, di nuove varietà comprese quelle resistenti e di nuovi portainnesti.

Certificato oltre il 70%

Grazie all’impegno del settore vivaistico negli ultimi anni il vigneto italiano è decisamente migliorato dal punto di vista qualitativo e sanitario. «Il materiale certificato aumenta notevolmente grazie alla disponibilità di un elevato numero di cloni iscritti al registro nazionale». Tanto che le talee innestate di categoria certificato hanno superato nel 2016 il 70% del totale (più di 130 milioni) e la categoria standard diventa sempre più marginale.

Un’evoluzione positiva, ma che carica di responsabilità e di adempimenti anche i nuclei di premoltiplicazione. A Rimini era presente una larga fetta delle strutture attive in Italia:

– Nucleo di Premoltiplicazione Viticola delle Marche c/o ASSAM (Coordinamento Nuclei)

– NPVV Nucleo di Premoltiplicaizone Viticola delle Venezie

– Nucleo di Premoltiplicazione – Viticola della Lombardia “Carlo Gallini”

– Nucleo di Premoltiplicazione del Piemonte CE.PRE.MA.VI.

– Nucleo di Premoltiplicazione Viticola della Toscana TOSCOVIT

– Nucleo di Premoltiplicazione Viticola dell’Emilia-Romagna”C. Naldi”

– Nucleo di Premoltiplicazione Viticola della Puglia c/o CRSFA “Basile Caramia”.

Hanno potuto descrivere le attività svolte nelle regioni di riferimento, soprattutto nel recupero e sdalvaguardia di numerosi vitigni locali riscoperti (siamo nel bel mezzo del boom della richiesta di varietl anche sui mercati esteri).

Nuclei in affanno

La loro costituzione, a partire dagli anni ‘70, puntava a dare a tutti i vivaisti la possibilità di accedere al materiale di base costituito con risorse pubbliche, a ridure il costo delle barbatelle di base e a migliorare la qualità della produzione. Nel tempo però , prima o dopo, i nuclei di moltiplicazione sono entrati in affanno. «Le motivazioni – analizza Pecile- risiedono nella diminuzione o scomparsa dei fondi pubblici che ne garantivano il funzionamento e nella sostituzione dei “padri fondatori”». Esistono poi delle situazioni esterne ai Nuclei che comunque finiscono per incidere sul loro stato di salute: adempimenti amministrativi sempre più complessi; la riorganizzazione delle amministrazioni regionali e i cambiamenti nelle politiche regionali; c’è una richiesta sempre più pressante di garanzia sulla qualità del materiale vivaistico; la normativa vieta la commercializzazione di portinnesti standard e richiede test obbligatori sui campi di piante madri; aumenta la richiesta di materiale di base per andare incontro alla maggior richiesta di materiale certificato da parte dei viticoltori.

Un lavoro che va applicato a tutto il materiale registrato in Italia: 511 varietà da vino con 1286 cloni; 163 varietà di uva tavola e 45 cloni; 45 tipologie di portinnesti e 171 cloni. Tutti necessari?

Poca conoscenza o poca valorizzazione?

I due ricercatori del Crea fanno notare che solo il 40% delle varietà registrate possiede cloni. E tra i vitigni per i quali sono già disponibili materiali della crescente categoria iniziale la semplificazione è ancora maggiore: sedici varietà sono per ora monoclonali e per le altre 14 sui cui si lavorato vengono moltiplicati solo 42 cloni e una situazione simile si riscontra per la categoria base. Per ora c’è una concentrazione della moltiplicazione dei cloni rivolta alle varietà principali che caratterizzano il vigneto Italia. Una situazione che migliorerà in futuro anche perché, visti i numeri, i prossimi 15-20 anni saranno ancora dominati dalle barbatelle della categoria certificato. Dove la biodiversità disponibile è solo apparentemente maggiore.

Basta analizzare il principe dei vitigni nostrani, il Sangiovese. Se si analizza la produzione di materiale clonale del 2016 si scopre che di 116 cloni iscritti se ne sono moltiplicati solo 83 (71%), le talee innestate hanno superato i 12 milioni di unità (standard solo il 9%). E con i 32 cloni più diffusi (27% di quelli registrati) si producono più di 9 milioni di barbatelle (75% del totale) «Sono dati su cui riflettere – commenta Pecile – sono troppi i cloni, non li conosciamo o non li valorizziamo?».

Il futuro potrebbe essere caratterizzato da tante varietà e da non moltissimi cloni. Anche perché la forte tensione verso la scoperta (e riscoperta) di vitigni locali ha portat negli ultimi anni all’iscrizione di 42 nuove varietà (+9%). Così, mentre le istituzioni sono sempre più impegnate nella salvagiuardia della biodiversità, con azioni di salvaguardia e recupero spesso affidate ai nuclei di premoltiplicazione, il vigneto italia rischia di appiattire la sua variebilità genetica. Un rischio che secondo Pecile va scongiurato attraverso una maggiore collaborazione tra Nuclei, vivaisti e costitutori per migliorare la disponibilità e la conoscenza sui cloni.

 

Leggi l’articolo completo pubblicato su VigneVini n. 6/2016

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