Nuova alleanza tra genetica e vite

Via al piano di ricerca del ministero. Al Crea-Vit fautori e oppositori


vite

Per l’ambiente, per il mercato, per la scienza, magari senza stuzzicare la suscettibilità apocalittica di movimenti di opinione molto seguiti. Allacciare una solida alleanza tra genetica e vite è il nuovo mantra dell’era omica (nell’ultimo decennio, senza accorgercene, abbiamo attraversato le rivoluzioni della genomica, metabolomica, proteomica, ma senza applicazioni pratiche di tutti questi sforzi della ricerca rimane solo il “mica”).

Grazie alle innovazioni della cisgenesi e del genome editing (si veda riquadro) l’Italia sarebbe pronta a sviluppare in poco tempo varietà più eco-friendly, senza nemmeno modificarne il nome: un grosso vantaggio in chiave marketing. L’ostacolo è però anch’esso semantico: occorre evitare di essere bollati con un appellativo con poco appeal come quello di “ogm”. Bruxelles deve decidere (ne abbiamo parlato su Terra e Vita 50/2015) se equiparare queste nuove tecniche alla transgenesi nella definizione di ogm che risale al 2001. Dopo anni di contrasti il primo tavolo di “tregua” tra fautori e oppositori al biotech è stato allestito alla sede di Susegana (Tv) del Crea-Vit il 4 marzo. «La vite si presta bene a questo confronto – esordisce il direttore Diego Tomasi –. L’obiettivo è valorizzare i nostri vitigni nei loro tradizionali ambienti di coltivazione. Per ridurre l’impatto della difesa e dei cambiamenti climatici servono cultivar in pratica uguali a quelle che coltiviamo già, ma resistenti. Una prospettiva oggi possibile».

Vent’anni di forzato oblio

A fare da innesco è il Piano di ricerca straordinario sul “miglioramento genetico attraverso le biotecnologie sostenibili” per cui il Mipaaf ha stanziato 21 milioni di € nella Legge di stabilità. «Un Piano coordinato dal Crea – ricorda Alessandra Gentile, Commissario delegato dell’ente governativo e moderatrice dell’incontro –. Un’occasione per tornare a fare miglioramento genetico dopo 20 anni di forzato oblio». Cisgenesi e genome editing mimano due fenomeni naturali come incroci intraspecifici e mutagenesi. C’è chi ha già in parte preso le distanze. «Sul miglioramento genetico occorre porre attenzione non solo al risultato finale, ma anche al metodo – evidenzia Fabio Brescacin di EcorNaturasì –. Stiamo lavorando con il Crea di Foggia e una società svizzera per sviluppare cv di frumento duro senza mutagenesi indotta, per noi collegata alla diffusione di intolleranze alimentari».

«Il confronto-scontro sul merito dei mezzi di produzione – evidenzia Stefano Bianchi di Aiab Veneto – non è più solo tra produttori e consumatori, ma soprattutto tra chi produce e chi vive nello stesso territorio. Una tendenza che nella viticoltura veneta ha portato alla nascita di due biodistretti: nel Veneto orientale e sui Colli Euganei».

«Occorre che i consumatori – sostiene Cinzia Scaffidi di Slow Food – siano informati sin dalle etichette e che queste nuove tecniche genetiche ricadano sotto la legge del 2001». «Il principio di precauzione non è una truffa – stigmatizza Stefano Masini di Coldiretti – leggo che la genomica è propedeutica all’introduzione di varietà migliorate. Cerchiamo però di non seminare nell’orto dei miracoli, che prometteva falsi raccolti di zecchini d’oro».

Regno Unito, Spagna e Germania fanno polo

«Siamo di fronte ad un’opportunità – ribatte Attilio Scienza, dell’Università di Milano – che l’Italia non può perdere. I competitori europei si stanno focalizzando nella costituzione di poli di ricerca genetica su altre produzioni (latte in Gran Bretagna e Francia, suini in Germania, ortofrutta in Spagna). Noi abbiamo l’opportunità e la responsabilità di occuparci della vite e del vino».

«Il baricentro del mondo del vino – è l’allarme lanciato da Domenico Zonin di Unione italiana vini – rischia di spostarsi, tra nuovi mercati ed emergenti centri di produzione. C’è un acceso confronto internazionale e la ricerca è da sempre un nostro punto debole. Serve un forte collegamento con un mondo della produzione molto frammentato e serve una forte funzione di coordinamento (quello che in realtà si accinge a fare il Crea grazie anche ai nuovi stanziamenti, ndr)».

«La promessa di tutelare la tradizione dei vitigni – commenta Oscar Farinetti, fondatore dell’Associazione Vino libero – limitando al minimo l’impatto sull’ambiente merita un applauso, L’Europa deve interpretare il futuro possibile grazie alle nuove tecnologie per mantenere la leadership in viticoltura». «Sulla sostenibilità – ricorda Angelo Gaja, produttore e punto di riferimento dell’Italia del vino – non siamo all’anno zero. L’approccio deve essere quello di non precluderci nessuna possibilità: davanti ad un’opportunità tecnica dobbiamo imparare a dire I can try e non solo sì o no».

«L’Italia sta spingendo in Europa – conclude il ministro Maurizio Martina – per arrivare ad una definizione di queste tecniche». L’avvio del semestre di presidenza dell’Olanda (a fianco all’Italia in questa iniziativa) fa ben sperare per una rapida risoluzione. «Se – continua – l’Europa deciderà, come spero, che cisgenica e genome editing sono distinguibili dalle vecchie tecnologie ogm su basi scientifiche, dobbiamo prepararci ad affrontare questa nuova frontiera. Il Piano di ricerca e i 21 milioni di euro sono un investimento per seguire una strada che promette di preservare il patrimonio di biodiversità del made in Italy».

 

Leggi l’articolo completo su VigneVini n. 2/2016.

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