Tutti i vantaggi dei vigneti policlonali –

Migliorano l’adattabilità ambientale, diminuendo la variabilità tra le annate. Consentono di pilotare il profilo aromatico o polifenolico in base al risultato enologico che si vuole ottenere.

Personalizzare il vino mescolando i cloni

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Omologazione, andata e ritorno. Prima i costitutori impiegano 8-10 anni per produrre cloni omogenei per i diversi caratteri morfologici, agronomici ed enologici. Poi i viticoltori mescolano i cloni, piantando alla rinfusa quelli della stessa varietà ma con caratteri il più possibile distanti rispetto a vigoria, fertilità, attitudini enologiche, per ottenere una calibrata disomogenità in grado di corrispondere a precise esigenze agronomiche oppure organolettiche. È la moda dei vigneti policlonali, una novità giocata spesso anche in chiave marketing, che sta costringendo il vivaismo viticolo italiano alla resa. Dopo un’intensa attività di selezione che ha portato, in 40 anni, a più di mille cloni tra varietà e portinnesti iscritti al registro nazionale e oltre 132 milioni di barbatelle prodotte ogni anno, l’obiettivo non è più quello di sconfiggere l’entropia nel vigneto. I produttori tendono sempre più spesso a ricostruire, in qualche modo, vigneti-popolazione simili a quelli che si coltivavano prima della Dir. 68/193, la disciplina che ha uniformato in Europa la commercializzazione dei materiali di moltiplicazione vegetativa della vite più di 40 anni fa.

 

 

“CLONAGGI” IN CAMPO

 

Una scelta diventata sempre più frequente per i nuovi impianti di Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon. L’inserimento nello stesso vigneto di cloni caratterizzati da diverse caratteristiche di vigoria consente infatti di ottenere un prodotto finale più costante, diminuendo la variabilità tra le annate indotta dalle interazioni fra genotipo e ambiente. Una scelta che sta diventando sempre più praticata anche per pilotare il profilo aromatico o polifenolico in base al risultato enologico che si vuole ottenere. Costruendo sorta di uvaggi (o meglio “clonaggi”) già in fase di impianto del vigneto. Un obiettivo che porta, ad esempio, ad alternare cloni di Sangiovese più fruttati con cloni in grado di dare più struttura, per ottenere vini che conservino entrambe le caratteristiche.

 

SELEZIONE SANITARIA E MICROVINIFICAZIONI SPERIMENTALI

Perchè quindi fare selezione clonale, se poi conviene “rimescolare”? «Innanzitutto per motivi sanitari – ribatte Francesco Anaclerio, dei Vivai Cooperativi Rauscedo –, visto che una delle tappe principali del processo di selezione clonale è la selezione sanitaria, con saggi, indexaggi ed eventuali risanamenti. Poi per costituire un’adeguata piattaforma ampelografica, da cui attingere per la costituzione del giusto mix clonale. Infine perchè solo i costitutori conoscono appieno tutte le potenzialità agronomiche ed enologiche di un clone, anche grazie all’attività poliennale di microvinificazione». Solo chi ha lavorato almeno dieci anni nella selezione del clone, secondo Anaclerio, è in grado di dare informazioni e consigli alle aziende per realizzare vigneti policlonali in grado di rispondere alle esigenze del mercato. Elaborando, ad esempio, la ricetta per ottenere un vino ad alta acidità per un base spumante. O ricco di aromi per un vino tranquillo.

«La più grande sorpresa – commenta Tommaso Bucci, direttore tecnico di Castello Banfi, una delle aziende di punta della zona del Brunello – è però che spesso i dati ottenuti nei campi sperimentali sono diversi poi da quelli che si ottengono nei vigneti coltivati». Un’osservazione che ripropone l’attualità di un quesito irrisolto: il vino è figlio del vitigno (o dei cloni), dell’ambiente (o dell’annata, vista la sempre più forte variabilità micorclimatica) o del territorio (tecniche di vinificazione)? Banfi ha appena descritto in un libro (”La ricerca dell’eccellenza”) i risultati delle esperienze indirizzate all’evoluzione della tecnologia produttiva nel vigneto.

 

IL PROFILO POLIFENOLICO DEL BRUNELLO

Dalla zonazione al contributo nella selezione di cloni di Sangiovese Grosso. «Due aspetti in stretta interazione, perchè quando si studia la potenzialità di un territorio e si pensa a quale sia il clone migliore nelle diverse zone, salta fuori il problema della diversa espressione dei cloni nello spazio e anche nel tempo». Una situazione che ha spinto Banfi a dare il proprio contributo nella selezione di 15 cloni locali (partendo da 600 varietà clonali). Alcuni utilizzati nel vigneto policlonale dove si produce il Brunello Poggio alle Mura, costituito da cloni come Janus 10, Janus 50 e BF30. «Il profilo polifenolico – spiega Bucci –, il contenuto in antociani e la stabilità del colore del vino “assemblato” sono decisamente migliori rispetto alla microvinificazione dei cloni di partenza. Un fenomeno che andrebbe approfondito perchè non esiste ancora una risposta scientifica completamente soddisfacente».

Sul fronte dei bianchi è invece promettente la collaborazione sul Vermentino che Vcr ha instaurato con Enosis, il centro enologico fondato da Donato Lanati a Fubine, in provincia d’Alessandria. Si tratta di un vitigno ampiamente coltivato in Sardegna e non solo, con un’ampia piattaforma ampelografica e una forte variabilità. Dettata anche dal lavoro di selezione massale operato in molti differenti areali viticoli (solo recentemente le analisi biomolecolari tramite microsatelliti hanno consentito di inserire varietà come il Pigato ligure e la Favorita coltivata in Piemonte nel gruppo dei Vermentini).

Il Vermentino può essere considerata una varietà a cavallo tra un vitigno aromatico e uno neutro, presentando una variabilità di terpeni sia in forma libera che legata.

 

VERMENTINI SIA SAPIDI CHE AROMATICI

Un vigneto policlonale rinvenuto da Enosis in Sardegna presso l’azienda S. Maria La Palma di Alghero presentava tutte le caratteristiche per studiare questa variabilità, essendo composto da selezioni di origine francese e italiana, senza presentare diversità dal punto di vista del pH del terreno, della fertilità e della esposizione.

«Invece delle classiche analisi – illustra Dora Marchi, enologa di Enosis – sul contenuto in zuccheri e sull’acidità, abbiamo confrontato i nove cloni di vermentino rinvenuti rispetto a caratteri come l’intensità aromatica, pH del mosto e contenuto in acidi idrossicinnamici. E i risultati delle analisi chimiche e delle microvinificazioni sperimentali hanno fatto emergere famiglie di cloni con caratteristiche ben distinte riguardo ai valori studiati».

 

UN NUOVO RESTYLING DEGLI IMPIANTI

Al pH del mosto è infatti legata l’espressione organolettica dei vini ottenuti (i vini che derivano dai cloni con pH più bassi hanno maggiore sapidità e salinità), mentre gli acidi idrossicinnamici sono una famiglia chimica di composti con una forte tendenza a proteggere le sostanze aromatiche presenti nel mosto e nel vino, grazie alla spiccata attività antiossidante. La selezione di cloni di vermentino caratterizzati rispetto a questi elementi distintintivi può quindi costituire il punto di partenza per l’elaborazione di ricette personalizzate per l’impianto di vigneti policlonali, da cui sia possibile ricavare vini che assemblino le diverse caratteristiche organolettiche (aroma,i sapidità, ecc.) dei diversi cloni.

L’impressione è che, in definitiva, gli studi sulla variabilità aromatica dei diversi cloni sia solo all’inizio. E che la novità dei vigneti policlonali abbia tutte le potenzialità per innescare una nuova corsa al restyling e ai rinnovi degli impianti.


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