Produttori e industria, alle prese anche con il caro-costi, sono alla ricerca di un nuovo equilibrio –

Bene la campagna 2011: con 4,95 milioni di tonnellate di materia prima lavorata evitati i surplus

Pomodoro da industria: Filiera indebolita dai bassi consumi

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Sul piano agronomico, posto che richiede competenza e professionalità, il pomodoro da industria è una coltura da rinnovo ancora molto interessante. Che può essere remunerativa per gli agricoltori e per le imprese conserviere che lo lavorano.
Ma gli effetti della crisi economica generale, in questa fase, impongono alla filiera un ulteriore compattamento per garantire alle parti margini di redditività altrettanto interessanti. Perché al netto di un’Organizzazione comune di mercato (Ocm) che prevede ancora aiuti disaccoppiati, in funzione della superficie «storica» investita, e di una concorrenza sempre più pressante da parte di piccoli e grandi player (dalle vicine Spagna e Marocco, ai colossi Cina e Usa), il problema più sentito dalla filiera alla fine di questo 2011 è il mercato al consumo. Un mercato pressoché fermo in Italia e, salvo poche eccezioni, in calo sia nei paesi Ue, che al di fuori dei confini comunitari. E questo, in particolare all’estero, non perché polpe e passate non tirino più. Anzi, i quantitativi di prodotto esportati aumentano, ma vengono venduti a prezzi più bassi.
Una politica praticata dalla distribuzione che – anche in assenza di vecchie scorte di prodotti trasformati e di una produzione 2011 inferiore di circa il 6% rispetto al contrattato tra agricoltori e industria – fa sempre più leva su vendite promozionali e private label.
Da qui le difficoltà degli anelli a monte della filiera, soprattutto in vista della prossima campagna 2012, a trovare un equilibrio che premi tutti gli operatori e i conti del settore. Un sistema che quest’anno ha interessato circa 70mila ettari di superficie agricola, 150 stabilimenti di trasformazione, per un quantitativo di prodotto lavorato di circa 4,95 milioni di tonnellate, per un giro d’affari stimato di oltre tre miliardi di euro.
Quest’anno per gli agricoltori è andata bene. «Rispetto al 2010, a fronte di un aumento del 3% dei quantitativi consegnati, registriamo una crescita in valore del 42% – riferisce Stefano Franzero, direttore dell’Unaproa, l’Unione nazionale che rappresenta circa il 70% del pomodoro aggregato da Organizzazioni di produttori –.
Un risultato sul quale hanno inciso sicuramente il prezzo più alto (88 euro a tonnellata, contro i 70 dell’anno scorso, ndr), nonostante l’aumento dei costi di produzione, ma anche i minori scarti che alla fine ci hanno consentito di passare dai 167 milioni di euro realizzati nel 2010 a 238 milioni».
Francesco Mutti, neo-presidente del Gruppo derivati del pomodoro di Aiipa (imprese conserviere del Nord) e amministratore delegato dell’omonima azienda parmense, osserva: «Il problema è che noi siamo abituati a ragionare su parametri storici, con aiuti comunitari che finora avevano reso i prezzi più competitivi. Ma il forte aumento dei costi con cui tutti dobbiamo fare i conti, di fatto riduce le nostre capacità competitive sui mercati internazionali. Faccio solo un esempio: tra i 52-53 euro a tonnellata pagati quest’anno ai produttori Usa e gli 88 euro riconosciuti a quelli italiani c’è un abisso. Senza contare che i loro costi, da quelli dei terreni all’energia, alla manodopera, sono molto più bassi».
Un quadro di riferimento, dunque, di cui bisognerà tenere conto in vista della prossima contrattazione per l’accordo 2012. «Con quasi 5 milioni di tonnellate di prodotto e un prezzo che sfiora i 90 euro a tonnellata – riflette Mutti – faccio oggettivamente fatica a dire che la filiera è in equilibrio».
«La verità – chiosa Annibale Pancrazio, presidente dell’Anicav (imprese conserviere del Sud) e vice-presidente di Federalimentare – è che la crisi sta mordendo anche i prodotti di base di prima necessità. Per il pomodoro è prevista un’Iva al 4%, ma le nostre aziende in questa fase scontano una crisi generalizzata dei consumi che si aggiunge a quella finanziaria».
Poi però, come spesso succede, alla fine del tunnel si può intravedere la luce. «Ci sono paesi nel mondo dove la crisi si sente appena – porta ad esempio Pancrazio – e la Corea è uno di questi. Mercati nei quali le imprese che hanno deciso di puntare sull’internazionalizzazione hanno sicuramente margini di crescita».


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