ETICHETTE DI FILIERA –

dePrivate label all’arrembaggio in Europa e ora anche le catene italiane puntano ad incrementarne la quota con progetti che abbinano qualità e profondità di gamma. Rimane solo l’incognita del prezzo

Quando il marchio lo mette la grande distribuzione

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La distribuzione moderna si conferma uno dei canali privilegiati per le vendite di vino nel nostro Paese e il vino a marchio continua a scalare le preferenze dei nostri connazionali. Secondo i dati di Fedagri-Confcooperative e Symphony Iri Group, il vino nella Gdo genera un giro di affari di 1,5 miliardi di euro, pari a circa 597 milioni di bottiglie e 568 milioni di litri. Naturalmente, lo sviluppo del canale moderno ha effetti benefici anche sull’incidenza delle vendite di bottiglie a marchio d’insegna, che trovano uno spazio crescente nelle scelte enologiche degli italiani. Secondo le rilevazioni riferite ad agosto 2012, infatti, le bottiglie a private label hanno guadagnato un 6% nelle vendite a valore, raggiungendo una quota dell’8,3% del mercato vino complessivo. Si tratta di un fenomeno piuttosto recente, che sfrutta il traino generale di tutti i prodotti a marchio del distributore, la cui importanza all’interno della spesa dei nostri connazionali è andata crescendo in questi ultimi anni, spinta dalla crisi e dalla ricerca di ridurre l’incidenza delle spese alimentari sul bilancio famigliare. Oggi le private label rappresentano il 17,9% di tutti i prodotti del largo consumo confezionato venduti in Italia, con un balzo in avanti di ben +42% negli ultimi 7 anni. Ma questo trend è tutt’altro che esaurito e la quota delle Pl è in continuo incremento rispetto al mercato.

Qualità e gamma

Inoltre, a contribuire al successo del vino, vi è anche la politica promossa dalle catene distributive su questi prodotti, che ha visto un deciso innalzamento del profilo qualitativo e il debutto su mercati che, finora, erano rimasti intoccati da questa rivoluzione. Il vino a marchio è uno degli ultimi prodotti sul quale i retailer hanno scelto di puntare con maggiore decisione, passando da un’offerta di base, sostanzialmente ferma per un decennio ai soli vini in brick, a un portfolio prodotti ampio e diversificato, che sfrutta l’estrema varietà della proposta enologica nazionale da Nord a Sud e offre una lettura semplificata del mercato, agendo anche come veicolo di miglioramento della cultura legata a questo prodotto nei confronti del consumatore medio. Il tutto proponendo bottiglie a marchio d’insegna con un ottimo rapporto prezzo/qualità. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: secondo Fedagri-Confcooperative su dati Symphony Iri Group in un anno, l’incidenza delle vendite a valore delle etichette a marchio è passata dal 18 al 19,7% per il vino comune, dal 5,1 al 5,2% per Doc e Docg, dal 4,8 al 5% per il vino Igt e dall’1,6 all’1,7% per liquorosi, passiti e aromatizzati. Nel complesso, tuttavia, il vino private label mostra ancora ampi margini di miglioramento, sia guardando al mercato interno, sia ponendo l’occhio sul mercato europeo.

Francia e Spagna top

Nel primo caso, la quota di vendita a valore di vino a marchio d’insegna in Italia è tuttora inferiore alla media registrata nell’intero settore bevande, dove i prodotti a marchio privato raggiungono l’8,7%. Ma è guardando al mercato europeo, che emergono con chiarezza le ottime prospettive di sviluppo per questa categoria di prodotti. In Europa, il mercato del vino rappresenta circa 15 miliardi di euro di vendite l’anno, per circa 40 milioni di ettolitri venduti. Di questi, il 29% sono bottiglie con etichette a marchio d’insegna, per un controvalore percentuale che raggiunge i 21,6% del mercato, +3,6% rispetto al 2011. Suddividendo questo dato su base nazionale, emerge come la Spagna e la Francia siano i mercati più importanti per il vino private label: la prima con una quota del 39,2% a volume, la seconda con un 31% a valore. Francia e Spagna che contano su una distribuzione moderna che ha raggiunto un grado di sviluppo più elevato rispetto all’Italia, rimanendo ancora fedele a un tessuto produttivo e distributivo ancora incentrato su realtà di piccole dimensioni. Terza in questa classifica la Germania, seguita dal Regno Unito, con quote a volume rispettivamente del 27,9 e del 23,5%. 

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