Miglioramento genetico –

Nell’intervist

Ricerca “azzoppata”: restituire alle Istituzioni pubbliche e al privato progettualità e capacità innovative

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Nell’intervista che segue al presente editoriale, il prof. Salamini si è espresso con un ragionevole pessimismo sulla possibilità che l’Italia possa esser protagonista, in casa propria, delle innovazioni tecnologiche che, dopo aver travolto le imprese frutticole più deboli e impossibilitate a rinnovarsi, hanno già avviato una nuova rivoluzione verde, di tutta l’agricoltura. Rivoluzione che, verosimilmente, sovvertirà gli attuali ecosistemi produttivi, inseguendo l’idea di poter far fronte alle tre criticità del secolo, “energia, cibo e ambiente”. In ogni caso, afferma Salamini, per risolverle, si dovrà tornare alla centralità dell’agricoltura e quindi anche della frutticoltura. Poi, molto rilevante e portatrice di speranza è, invece, l’affermazione di Salamini che di fronte al nostro crescente fabbisogno di “commodities” alimentari (cereali, oleaginose, prodotti zootecnici, tutti in larga parte importati) la frutticoltura rimane un baluardo (insieme ad olio, vino e prodotti orticoli) per compensare, almeno in buona parte, il deficit della nostra bilancia commerciale, salvando ciò che rimane ancora competitivo dell’agricoltura italiana. Dunque, siamo fiduciosi che, nonostante la miopia politica del nostro Paese, la pesante cappa burocratica che ostacola ogni iniziativa, la mancanza di mezzi e di strategie di coordinamento della ricerca (al centro come in periferia), l’incertezza e i contrasti sugli indirizzi europei e perfino regionali, la frutticoltura saprà tenere il passo per guadagnare e mantenere la sua residua competitività internazionale. Se ci si ferma, si soccombe. Ci pare anche di cogliere nelle parole di Salamini il disappunto per una eccessiva politicizzazione delle già modeste iniziative ministeriali, persino laddove occorrerebbe riconoscere i meriti di chi lavora, nelle Università, negli Istituti di ricerca, nei Centri sperimentali, nelle Industrie che investono capitali, cui non si può certo rimproverare di cercare il profitto. Il minimo comune denominatore di qualsiasi intervento pubblico incentivante è ormai la “sostenibilità” (economico-sociale ed ambientale), quale che sia l’innovazione e l’applicazione, aziendale e/o territoriale, da realizzare. Fra i presupposti di una futura “sostenibilità” della frutticoltura, ai primi posti va messo il miglioramento genetico, soprattutto laddove si propone di creare nuove varietà e nuovi materiali genetici atti a valorizzare le aree di produzione particolarmente vocate alle varie specie. Per fare ciò occorre introdurre anche caratteri nuovi, che facilitino la coltivazione e la produzione, a cominciare da una riduzione del carico di pesticidi, fertilizzanti e altri prodotti chimici od energetici di provenienza esterna alle aziende. Caratteri e requisiti che soddisfino sempre più le tendenze dei consumatori, sebbene la qualità del prodotto – sulla quale forse abbiamo nutrito troppe illusioni – non sia purtroppo l’unico parametro condizionante il successo commerciale, sia in Italia, sia nei mercati internazionali. Per raggiungere tali obiettivi possono essere adottati strumenti diversi messi a disposizione dalla tecnologia e dalla ricerca più aggiornata, non escluso l’utilizzo degli OGM: per Salamini la scelta va spogliata della carica ideologica attualmente fatta valere e ricondotta ad un problema di rapporti tra costi e benefici. Per seguire la logica di Salamini è doveroso affermare che il miglioramento genetico nel campo frutticolo si sta affrancando da una larga dipendenza straniera (che in altri campi, come quello orticolo, è ancora largamente dominante). Ma questo non basta. Poiché le residue Istituzioni pubbliche di ricerca hanno saputo individuare settori e necessità, forme collaborative esterne, avviare vasti programmi poliennali di creazione di nuove varietà, cercando prima la collaborazione delle Regioni più interessate e poi l’aiuto e la compartecipazione dei privati, e ciò fino a quando le risorse sono venute meno (ormai da più di dieci anni) o si sono fortemente ridotte.

 


Questa politica, pur abbandonata troppo presto, ha però dato i suoi frutti. Si stanno infatti vedendo i risultati nel melo, nel pero, nelle pesche-nettarine, nel ciliegio, nel susino, nella fragola e, da ultimi, nell’actinidia e nella vite (si vedano gli articoli ospitati in questo giornale), con tante nuove valide varietà introdotte o prossime ad esserlo. I caratteri migliorati sono quelli produttivi-qualitativi, mentre ancora c’è moltissimo da fare nel campo delle resistenze, dell’adattabilità alle avversità ambientali, dell’acquisizione di proprietà nutraceutiche e persino terapeutiche dei frutti o della stessa pianta. Attualmente, per tutto questo, la ricerca italiana è in ottima posizione internazionale anche per quanto attiene la genomica e post-genomica, cioè l’individuazione e il mappaggio delle sequenze geniche che interagiscono con l’ambiente nel determinare il comportamento dell’albero, nonché l’utilizzo di geni funzionali nei programmi di incrocio convenzionali, perché consentono di arrivare a risultati mirati in tempi assai più celeri. Questi obiettivi sono raggiungibili in gran parte con l’utilizzo delle nuove tecniche di selezione assistita con i marcatori molecolari (SAM). Le tecniche di selezione assistita sono già state introdotte per i caratteri monogenici, mentre per quelli più complessi occorre l’ausilio di nuovi strumenti della biologia molecolare. Ma è a tutti evidente che senza la transgenesi o le tecniche derivate in corso di sperimentazione (es. cisgenesi) il percorso innovativo sarebbe interrotto, perché gli strumenti convenzionali non consentono di superare tutti gli ostacoli biologici che spesso si frappongono. In realtà, nella sua riflessione finale, Salamini avverte che nel “mondo qualcosa sta andando storto”. Il nostro disagio fondamentalmente nasce dalla crisi dei modelli di sviluppo che ci siamo dati nell’ultimo secolo e l’agricoltura, con la globalizzazione, corre il rischio di essere un vaso di coccio o comunque di scarso peso. Il Paese però non è ancora maturo per accettare una ricerca libera, responsabile, mirata al bene collettivo e quindi non priva di qualche rischio che può essere comunque metodologicamente prevenuto. Purtroppo, qualsiasi progetto “politicamente corretto” è spesso condizionato da sedimenti ideologici del passato: si teme la contaminazione degli interessi privati e, se non inserito in “partnership” internazionali, o non ha un forte “appeal” nazionale, rischia di essere emarginato. Negli ultimi quindici-vent’anni, a cominciare dal Ministero dell’Agricoltura e dagli altri grandi enti nazionali di ricerca (es. CNR, Enea), sono state purtroppo frapposte pesanti remore, si sono creati ritardi che hanno danneggiato, e ancora lo fanno, gli interessi del Paese, tanto che constatiamo la mancata realizzazione di traguardi che erano alla portata dell’Italia e che ci avrebbero dato assai più forza. È mancata, ad esempio, la valutazione del merito ed è stata preclusa la ricerca in importanti settori, prescindendo dalle conoscenze scientifiche, dalla validità dei sistemi proposti e dalla possibilità di creare “network” internazionali volti all’approccio multidisciplinare, finalizzati a grandi obiettivi generali. Anche in ambito europeo l’Italia, conseguentemente, raccoglie assai meno di quanto potrebbe e di quanto versa finanziariamente ogni anno come propria contribuzione all’Ue. L’Italia è stata privata, di fatto, negli ultimi vent’anni del diritto di perseguire una propria autonoma ricerca in vari campi, fra cui le biotecnologie, che avrebbero potuto generare risultati originali di largo interesse (in parte erano già stati raggiunti per alcune piante orticole, frutti-viticole e olivicole) e che avrebbero creato per il Paese molte opportunità, anche commerciali, prescindendo dalle temute multinazionali, che finora l’hanno fatta da padrone nel campo sementiero di mais, soia, colza e cotone. Ma queste società internazionali non si sono mai calate nel “business” ortofrutticolo (con l’eccezione della patata), forse perché troppo piccolo per loro. In Italia, però, la ricerca è stata fermata e qualsiasi nuovo prodotto OGM è stato boicottato – se di provenienza estera – prima ancora che avesse potuto essere provato in campo o ne è stata impedita la creazione in buona parte dei Paesi europei, Italia compresa. Ora le procedure per realizzare nuovi prodotti OGM sono talmente complesse, lunghe e onerose che persino multinazionali della chimica come Bayer, BASF, Syngenta, Monsanto non se la sentono di percorrere o preferiscono operare fuori dall’Europa, in altri più favorevoli scacchieri dell’agricoltura mondiale. Tutto il sistema mediatico-politico si regge da un lato sull’alimentazione di paure e timori infondati verso il nuovo (oscurantismo, lo definisce l’oncologo Umberto Veronesi). Fra questi anche i nuovi strumenti della genetica, che connotano l’avanzamento della conoscenza in questo inizio di secolo (per fortuna è stato dato via libera nel campo dei “farmaci salvavita”) e dall’altro supportando la propria avversione verso il nuovo, ormai non più nuovo, con sillogismi e artifizi retorici, che sono false verità o comunque disinformazione. Ecco alcuni esempi: 1) la diffusione di piante OGM distruggerebbe la biodiversità che, come tutti sanno, è un grande valore ecologico; 2) le piante OGM non potrebbero coesistere con le colture biologiche; 3) i prodotti OGM danneggerebbero le produzioni tipiche del “made in Italy”; 4) in generale creerebbero danno ambientale per le contaminazioni polliniche (cioè ibridazioni naturali) e la conseguente fuoriuscita di materiale transgenico pericoloso per la futura sicurezza ambientale e alimentare. Giusto, quindi, senza dare ascolto agli scienziati e agli addetti ai lavori, impedire la ricerca e applicare qualsiasi “clausola di salvaguardia” a tutela di una presunta superiorità di sistemi produttivi convenzionali. Non dobbiamo correre alcun rischio, e quindi restare fermi. Non si capisce quale prodotto “made in Italy” potrà continuare ad essere tutelato da questa politica, visto che l’industria agro-alimentare italiana, ormai, per sopravvivere è costretta ad importare molta parte delle materie prime che poi esporterà attraverso i prodotti trasformati “made in Italy”, con ricchezza di valore aggiunto “per tutti” (vedi pasta, frutta trasformata, ecc.). E fra queste materie prime molte sono già OGM!
Il “made in Italy” dovrebbe sempre specificare la provenienza della materia prima (anche quando di origine estera), ma deve imporsi per la qualità del processo e del prodotto al fine di fidelizzare e tranquilizzare il consumatore.

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