Rinasce a Milano il vigneto di Leonardo Da Vinci

Ricevuto come compenso da Ludovico il Moro nel 1498. Distrutto da un incendio nell’anteguerra, è stato ora reimpiantato. L’applicazione di tecniche innovative di amplificazione del DNA hanno permesso di riconoscere il vitigno


Palazzo degli Atellani, in Corso Magenta a Milano. Nel giardino si sta reimpiantando la vigna di Leonardo.

Leonardo da Vinci, un uomo, uno scienziato, un artista, un genio. Non si finirà mai di raccontarne a sufficienza, oggi fa parlare di sé anche per la sua passione per il vino. Per molti anni, l’enologo Luca Maroni, si è dedicato allo studio della vita e delle abitudini del celebre personaggio durante il suo soggiorno milanese, venendo a conoscenza di incredibili scoperte. L’interesse dell’esperto di vino si è in particolar modo soffermato su un vigneto che Ludovico il Moro avrebbe ceduto in proprietà a Leonardo nel 1498. Di quel vigneto l’artista parla in alcuni dei suoi scritti, tracciandone anche i contorni, a lui utili per calcolarne l’estensione.

Dalle ricerche storiche sappiamo oggi che quel terreno misurava circa 15 pertiche e ¾ (8.320 m2), che aveva forma pressappoco rettangolare e che era situato a Milano, presso Porta Vercellina. Purtroppo, a causa di un incendio, quel patrimonio viticolo venne a perire, lasciando traccia della sua esistenza solo fino al 1940 circa. A dare nuovo impulso alle ricerche è stata l’intuizione di Maroni, convinto che nel terreno di Leonardo si sarebbero potute rinvenire ancora tracce delle vecchie radici. Ebbene, proprio grazie agli scavi effettuati sul luogo di origine del vigneto, oggi sede del giardino privato della Casa degli Atellani (C.so Magenta, 65), è stato possibile reperire il materiale biologico indispensabile per il proseguimento degli studi. Con la collaborazione del Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, tramite la direzione scientifica del professor Attilio Scienza, si è quindi proceduto alla realizzazione di due obiettivi principali: identificare nel modo più accurato possibile, quale fosse il vitigno coltivato da Leonardo da Vinci nella sua vigna e ricollocare qualche filare presso il giardino di Casa degli Atellani.

Whole genome amplification

Il percorso di identificazione non è stato semplice: per arrivare al nome del vitigno, l’esperta genetista Serena Imazio, ha dovuto censire e selezionare accuratamente il materiale biologico al fine di stringere il cerchio. Le prime osservazioni hanno permesso di stabilire che i residui vegetali appartenevano al genere Vitis vinifera ma per poter dare una risposta più specifica sono occorsi esami più approfonditi, in grado di sovrapporre informazioni di tipo analitico e storico con un approccio integrato delle diverse discipline. La fase di caratterizzazione preliminare, seppur soddisfacente, ha messo i ricercatori davanti all’esigenza di migliorare quali-quantitativamente il materiale ottenuto; gli studiosi hanno quindi deciso di incrementare la concentrazione del DNA e di migliorarne al contempo la qualità, il tutto attraverso la Whole Genome Amplification (WGA), una tecnica comunemente utilizzata in campo medico. È così stato possibile superare gli ostacoli dovuti all’incertezza sulle condizioni di conservazione del materiale, all’esiguità del numero di campioni prelevati ed all’azione del fuoco, offrendo frammenti di DNA dalle 10 alle 100 volte più lunghi rispetto a quelli inizialmente estratti. A questo punto è stato possibile ricavare il profilo molecolare del vitigno di Leonardo e non restava che confrontare lo stesso con un database costruito ad hoc che contenesse vitigni selezionati sulla base delle informazioni ricavate dalle indagini storiche e di censimento degli erbari italiani ed europei.

Una scoperta “aromatica”

Passo dopo passo, il campo dei possibili vitigni è andato restringendosi: il vitigno ignoto era di tipo aromatico e sembrava ricadere nel gruppo delle malvasie; la conferma non si è fatta attendere: il vitigno di Leonardo è la Malvasia Aromatica di Candia, grande autoctono dei Colli Piacentini. L’individuazione del vitigno però, come avevamo premesso, non rappresentava il punto finale del progetto. Con il benestare dei proprietari di Casa degli Atellani, il team di ricercatori ed esperti, ha cominciato a selezionare piante adulte e attualmente produttive dalle quali ottenere 50 individui da inserire nel giardino milanese. Avendo come obiettivo la messa a dimora entro la primavera del 2015, la scelta migliore era quella di optare per la tecnica della propaggine (o margotta). Seguendo questa via le piante sono rimaste in campo per tutta l’estate 2014, in serra durante l’inverno, al fine di ridurre il ciclo vitale e anticipare la fruttificazione, per poi essere definitivamente trasferite ed impiantate in tarda primavera di quest’anno.

Il ruolo dei Colli Piacentini

Essendo la Malvasia aromatica di Candia un celebre autoctono del piacentino, le margotte non potevano che essere fornite dal Consorzio di Tutela dei Colli Piacentini, nella figura del presidente Roberto Miravalle che si è orgogliosamente prestato all’incarico. A questo punto i preparativi per l’inaugurazione del nuovo vigneto sono quasi giunti al termine. L’apertura al pubblico, in considerazione della rilevanza dell’evento, avverrà in concomitanza con Expo 2015. Per approfondimenti sul progetto e per incontrare direttamente coloro che hanno permesso la sua realizzazione in prima persona, invece, basterà attendere Vinitaly. Il giorno mercoledì 25 marzo, alle ore 12,30, presso il padiglione Emilia-Romagna, il Presidente del consorzio di tutela dei Colli Piacentini, Roberto Miravalle e la genetista Serena Imazio, illustreranno al pubblico le fasi del lavoro e gli obiettivi raggiunti in occasione del convegno “La Vigna di Leonardo da Vinci”.

 


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