VIGNETO –

Resistenza, efficienza idrica, risposta agli stress: i portinnesti tornano al centro dell’attenzione del mondo della ricerca e della produzione

Ritorno alle radici

Vigneto

Le radici svolgono un ruolo fondamentale nei processi fisiologici della vite. Un chiaro indice di questa importanza emerge dal fatto che gli apparati radicali possono costituire fino al 60% dell’intera biomassa vegetativa, anche se tale percentuale è influenzata da: varietà, portinnesto, condizioni ambientali e andamenti stagionali. Molti studi concordano sul fatto che l’ambiente abbia una larga influenza sulle dinamiche di sviluppo delle radici, mentre la loro morfologia e architettura ha una forte componente genetica. In particolare i caratteri genetici determinerebbero principalmente la densità delle radici, mentre il ruolo sulla distribuzione spaziale è dibattuto. Un equilibrio, quello tra genetica e ambiente, che negli ultimi anni ha mostrato di non riuscire più a reggere.Ambiente e genotipo, equilibrio instabile
Da un lato si assiste alla notevole variabilità delle condizioni climatiche: estati siccitose alternate ad abbondanti e brevi precipitazioni, inverni miti e poco piovosi. Cambiamenti climatici che amplificano i problemi derivanti da un’insufficiente riserva idrica del terreno, salvo poi rimettere tutto in discussione in annate come quella trascorsa, dove gli apporti meteorici non sono mancati, ma sono risultati decisamente mal distribuiti. Dall’altro lato, a fronte di queste mutate condizioni ambientali, il vigneto Italia continua a poggiare su una varietà troppo ristretta di portinnesti. Basti pensare che delle 36 varietà di portinnesti coltivati in Italia, i primi 5 coprono l’82,5% del totale delle piante madri. Si tratta di 1103Paulsen (23%), Kober5BB (22%), SO4 (21%), 110Richter (9,5%), 420 A (7% – dati Zavaglia, Cra-Vit). Dei circa 1980 ettari di superfici italiane di vivai di barbatelle (2012), 524 ettari risultano innestate su 1103Paulsen, 391 ha su KOber 5BB, 341 ha su SO 4, 199 ha su 110 Richter, 181 su 140 Ruggeri, 122 ha su 420 A, il resto, pari all’11 della superificie è suddiviso su 30 varietà di portinnesti. Una biodiversità limitata. Qualcosa per fortuna sta cambiando, grazie ai progetti di ricerca che hanno portato alla registrazione dei portinnesti della serie “M” e allo sviluppo della serie “Star”, ricerche in tal senso sono però in corso in tutto il mondo. Le radici sono tornate al centro dell’attenzione dei più importanti centri di sperimentazione. Il punto è stato fatto nel recente incontro che si è tenuto a Rauscedo lo scorso 16 ottobre in occasione del “Ist International symposium on grapevine roots”.Il contenimento del vigore
Diego Tomasi del Cra-Vit di Conegliano nel suo intervento di apertura ha ricordato che la vite, rispetto alle altre piante, ha un’ampia e profonda distribuzione dell’apparato radicale, ma la funzionalità è strettamente legata alle condizioni che promuovono le attività fisiologiche, in una parola sola al “benessere” delle radici. Indicatori pratici di questa condizione sono la capacità di approfondire e rigenerare nuove radici, aumentarne la densità e l’attività metabolica. Tutti fattori legati anche alle modalità di gestione del suolo e dei vigneti. L’effetto della disposizione delle piante sulla distribuzione verticale e orizzontale delle radici è conosciuta: la taglia del sistema radicale è fortemente diminuita negli impianti ad alta densità. L’effetto ricercato è quello di una maggiore efficienza nell’utilizzo delle risorse: suolo, acqua e nutrienti. Ma se la competizione è troppo elevata, l’effetto diventa repressivo. L’alta densità, quando la disponibilità di suolo e di acqua è limitato, può compromettere la longevità del vigneto, la produttività e la reazioni alla variabilità climatica. Per questo un nuovo obiettivo nel miglioramento genetico dei portinnesti è quello di ottenere nuove selezioni più efficienti in termini di assimilazione di acqua e nutrienti. Alcuni recenti portinnesti sono caratterizzati da apparati radicali contenuti, con un piccolo volume e una bassa densità, senza compromettere la crescita della pianta, la qualità dei frutti e lo stato idrico della pianta. A confronto con i portinnesti tradizionali, questi nuovi sembrano essere più in linea con le strategie della viticoltura sostenibile. Nella sessione dedicata ai portinnesti del futuro il gruppo di lavoro di Cesare Intrieri dell’Università di Bologna ha illustrato il lavoro che, a partire dal 1990, ha portato alla selezione di Star 50 e Star 74, nuovi portinnesti nanizzanti, attraverso tecniche di inbreeding applicate a piante madri Binova. Nelle prove le nuove tipologie di portinnesti si sono dimostrate in grado di stabilire l’equilibrio tra sviluppo vegetativo e produttivo di Vitis vinifera.
L’Istituto di ricerca australiano Csiro e il gruppo guidato da E.J.Edwards ha invece portato i risultato di una prova in cui diversi portinnesti sono stati messi a confronto in vigneto di 20 anni di età di Shiraz, riguardo all’efficienza di utilizzo della risorsa acqua. Una caratteristica essenziale sia nelle condizioni di vigneto irrigato mediante sistema a goccia sia in asciutta. Sensori “sapflow” di recente sviluppo hanno permesso di monitorare l’evapotraspirazione assieme allo sviluppo vegetativo, l’entità dei raccolti e la fisiologia delle viti. Tra i portinnesti testati, anche tre della serie “Merbein” a bassa-moderata vigoria recentemente realizzati da Csiro. I risultati dimostrano più alti valori di utilizzo dell’acqua nel caso delle combinazioni con portinnesti di minore vigori, con una minima perdita produttiva. Questi portinnesti si sono anche dimostrati in grado di limitare la variabilità annuale rispetto a quantità e qualità dei raccolti.
In Spagna alcuni studi si sono invece concentrati sulla possibilità di utilizzare popolazioni selvatiche di Vitis vinifera spp sylvestris nei programmi di breeding. Le prove illustrate da D.Carrasco dell’istituto di biotecnologia di Madrid riguardo a popolazioni selezionate nella provincia di Burgos, nella regione di Castilla &Leon hanno mostrato una bassa diversità genetica ma la mancanza di inbreeding e soprattutto una minore suscettibilità alle più comuni malattie che rendono queste popolazioni selvatiche interessanti per i processi di miglioramento genetico sia delle varietà che dei portinnesti.

Fillossera ancora temuta
In Germania studi effettuati presso il centro di ricerca di Geisenheim hanno invece messo alla prova la diversa adattabilità ai suoli di “Borner”, una linea di portinnesti caratterizzata da una resistenza completa alla fillossera tratta da Vitis cinerea, sviluppata alla fine del XIX secolo dall’omonimo ricercatore. Oggi sono infatti solo 10 le linee di portinnesti più diffuse, con meccanismi di resistenza a fillossera derivati da Vitis riparia, V. rupestris e V.berlandieri. Sviluppare linee alternative consente di prevenire il rischio di danni futuri causati da popolazioni di fillossera in grado di superare gli attuali meccanismi di resistenza. La fillossera è del resto ancora ben presente anche in Italia, e i portinnesti sono stati sviluppati per far fronte ad esigenze fitosanitarie, anche se oggi vengono infatti scelti soprattutto per le capacità di adattamento alle caratteristiche dei diversi suoli e ambienti.

Deficit idrici
Nella sessione del congresso dedicata all’impatto sulle radici dell’interazione tra fattori naturali e pratiche agricole, è stato dedicato ampio spazio agli effetti di ridotte quantità di acqua irrigua nel suolo. Prove effettuate in Australia da Csiro (nel continente australe si stanno verificando frequenti casi di siccità) hanno dimostrato che l’impatto di deficit d’irrigazione sono minori sulle radici che sulla parte area. Prove effettuate in Oltrepo pavese su terreni soggetti a frane e smottamenti hanno invece verificato il ruolo della vite sulla stabilità di questi suoli, per individuare pratiche agricole in grado di prevenire questi fenomeni di instabilità. Riguardo alla resistenza alla salinità, prove effettuate in Argentina mostrano che il ricorso a Malbec auto radicato rimane la scelta migliore nei terreni salini. Il ricorso a 1103 Paulsen può essere una valida alternativa. Studi effettuati dal Cra-Vit di Conegliano su Pinot grigio a diverse densità d’impianto nell’area dei Colli orientali del Friuli hanno invece indagato l’effetto della densità d’impianto, verificando che i vigneti caratterizzati da radici più superficiali sono più soggetti alle fluttuazioni produttive tra in diversi anni.
Nella terza sessione, dedicata alla biologia molecolare, alcuni studi hanno tra l’altro verificato come il portainnesto sia in grado di condizionare lo sviluppo e la composizione chimica del grappolo. L’applicazione della metabolomica e della trascrittomica ha consentito anche di individuare nei genotipi con tolleranza alla siccità un aumento della sintesi di stilbeni e flavonoidi.

Le malattie del legno
Nella sessione dedicata alle malattie radicali e disaffinità d’innesto, una prova effettuata in Spagna (D.Gramaje et al, Istituto di agricoltura sostenibile di Cordova) ha verificato la risposta di diversi portinnesti a due malattie del legno diffuse nella penisola iberica: blackfoot (Ilyonectria liriodendri) e malattia di Petri (Cadophora luteo olivacea, Phaemoniella clamidospora e 5 specie di Phaeoacremonium). È risultato un diverso grado di resistenza alle due patologie che vanno 110 Richter, portainnesto più suscettibile a 161-49C, risultato il più tollerante alla malattia di Petri. Una ripresa in grande stile della ricerca applicata ai portinnesti che può essere il preludio di un decisivo rinnovamento varietale. Le attuali tipologie utilizzate hanno infatti ormai un centinaio d’anni e i dati delle vendite hanno registrato negli ultimi anni alcune tensioni come il ritorno di Kober, che da solo fino a 30 anni faceva la parte del leone, rappresentando più della metà delle superfici di piante madri e più del 60% degli innesti-talea, ma ora si è ridotto a un terzo in favore di 1103 Paulsen e 110 Richter. Una tensione che non sembra essersi risolta, e che ha spinto a nuovi soluzioni di partnership tra mondo della ricerca, vivaisti e produttori (si veda riquadro l’anno scorso sono stati iscritti infatti nel Registro nazionale quattro nuovi genotipi della serie M che nelle prove allestite in diverse zone italiane hanno dimostrato doti di adattamento, soprattutto alla siccità, superiori ai portinnesti commerciali. Si tratta del felice epilogo di un progetto partito negli anni ’80, da parte dell’Istituto di Coltivazione arboree dell’Università di Milano e dell’Istituto Agrario di S.Michele a/A, utilizzando la tecnica dell’incrocio ricorrente con V. berlandieri su alcuni portinnesti commerciali, ai fini di migliorare la tolleranza alla siccità e di modulazione del vigore, senza modificare le caratteristiche legate alla propagazione.

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