Sauvignon, questione pelosa

L’inchiesta distruttiva che ha come epicentro il Collio mette a nudo i punti deboli delle nostre denominazioni. Potremo ancora assaggiare bianchi fruttati e speziati senza pensare a possibili aggiunte? La reazione a questa possibile truffa rischia di fare molto male al vino italiano


sauvignon

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, bellezza?

Già due secoli fa la lucida follia di Charles Baudelaire e dei poeti maledetti suonava come un campanello d’allarme: l’ossessione per l’estetica può nascondere un lato diabolico. Il mito del dottor Faust che si rinnova continuamente. Paolo Sorrentino ha vinto l’Oscar proprio per avere svelato il lato oscuro della grande bellezza di Roma. Roberto Snidarcig rischia di dover riconsegnare l’Oscar per il miglior Sauvignon al mondo del 2014 per essere inciampato nel lato oscuro della grande bellezza del Collio.

C’è infatti un che di faustiano nella vicenda che tiene con il fiato sospeso la denominazione di punta del Friuli-Venezia Giulia. Un’inchiesta partita dalle indagini dei Nas per presunte irregolarità nella fase di vinificazione che coinvolge 17 produttori tra cui, per l’appunto, la cantina Tiare detentrice dell’ambizioso premio (per la prima volta attribuito a un’italiana). Tutti legati all’attività di consulenza di Ramon Persello, giovane bioclimatologo e (almeno fino all’esito del primo grado di giudizio) stimato chimico sedicente inventore di un “esaltatore degli aromi”, probabilmente non autorizzato.

Cormòns e tutto il Nord-Est è in subbuglio: dove è finito il rigore austroungarico, l’umile concretezza mitteleuropea? Le truffe del vino finora avvenivano altrove, oltre le rive del Piave. Eppure, a ben pensarci, il Collio era già di per sé per lo meno “esposto” alla possibilità di irregolarità sul fronte “aromatico”. Qual è infatti il vero stile del suo Sauvignon? Austero e ossidato, fresco e fruttato? La componente volatile di questo vino è tra le più studiate ed imitate. Tecniche agronomiche ed enologiche sono in grado di esaltare lo spunto esotico dei tioli o quello più fresco e agrumato. Ogni cantina è libera di esprimere il proprio gusto e finora questa ricchezza era un punto di forza. Ma, in mezzo a tanta varietà, chi può vigilare sull’osservanza dei disciplinari? Le Doc italiane sono giovani. La longevità di denominazioni più durature come quella della Champagne francese si basa sull’autodisciplina, su un sistema di vigilanza condiviso e forte (al limite dell’autoritario) e su uno stile netto, ben conosciuto in tutto il mondo. Un insegnamento che prima o poi dovremo fare nostro.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo e pericoloso in questa vicenda. Chi è Ramon Persello? Un personaggio singolare, noto già per l’originale tentativo di contrastare l’avanzata della grossolana moda hipster, tutta muscoli, accessori, barba e baffi appariscenti, attraverso una gigantografia pubblicitaria della propria immagine: glabra, efebica e pulita. L’estetica neoclassica insegnava che ciò che è bello è – in sé e per sé- anche buono. Un’utopia ben recepita anche dal mondo del vino, perennemente impegnato ad abbellire bottiglie ed etichette. A chiarificare e a rendere più brillanti i vini. A profumarli e aromatizzarli (anzi no: questo non si può fare). Persello, novello Canova, dovrebbe sapere che i canoni estetici non si possono imporre: cambiano nel tempo proprio in reazione alla doppia natura della bellezza. Che affascina e al tempo stesso spaventa. Perché spesso è utilizzata come un’esca e perché, se legata ad un artifizio, diventa imbroglio. Potremo ancora assaggiare un bianco fruttato e speziato, indugiare nei descrittori senza pensare a possibili “aggiunte”? E quali saranno i canoni estetici alternativi? I vini sporchi, cattivi e pelosi sono già dietro l’angolo. Sono l’espressione pià talebana del minimalismo “naturalista” che sta prendendo piede. Ma sono anche i meno adatti a difendere (e diffondere) la tipicità della nostra enologia.


Pubblica un commento