SIMEI-ENOVITIS –

La tutela dell’ambiente e delle risorse si fa strada in vigneto e cantina

Simei-Enovitis: Un laboratorio di sostenibilità

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Le parole sono importanti. Soprattutto se hanno un significato chiaro, preciso e univoco. “Sostenibilità” sarà il termine chiave della nuova Pac 2014-2020 ma il vigneto (e la cantina) sono già da alcuni anni l’epicentro di numerosi progetti applicativi. E questo grazie anche all’Oiv (Organisation internationale de la vigne et du vin) che ne ha fornito una definizione sin dal 2004. «L’applicazione – ribadisce Federico Castellucci, direttore Oiv – della sostenibilità in vitivinicoltura richiede un approccio olistico che permetta di gestire insieme aspetti ambientali, sociali ed economici». Un concetto complesso che può causare problemi nella traduzione. Lo dimostra la Babele dei protocolli operativi sviluppati in tutto il mondo (si veda tab.) e il numero elevato di certificazioni e di indici messi a punto per misurare le performance ambientali dei prodotti o della produzione. Per superare questo scoglio, difficile soprattutto per chi esporta, Uiv (Unione italiana vini) ha messo a confronto produttori, ricercatori e istituzioni internazionali nel corso della recente kermesse di Simei-Enovitis, nel convegno “Sustainable viticulture & wine production: Steps ahead toward a global & local cross-fertilization” che si è tenuto a Milano il 13 e 14 novembre.

Misure “convertibili”

«Occorre – spiega Domenico Zonin, presidente Uiv – un tavolo di definizione di un protocollo comune con pratiche e misure da adottare trasversalmente in tutto il mondo. I consumatori sono sempre più attenti al tema della sostenibilità: serve un messaggio chiaro sulle etichette italiane. E deve essere capito ovunque».

Una lingua comune insomma, ma anche unità di misura per lo meno convertibili, visto che ognuno, nel mondo interpreta la sostenibilità come vuole (o come può). «Innanzitutto – commenta Lucrezia Lamastra dell’Università Cattolica di Piacenza – occorre stabilire se bisogna calcolare (e comunicare) la sostenibilità del processo o del prodotto». I due approcci sono infatti entrambi certificabili, ma i costi e l’applicabilità sono significativamente differenti. «Per consentire confronti occorrerebbe la massima trasparenza nei rapporti di sostenibilità stilati dalle aziende ».

«Gli approcci nazionali – concorda Aurora Abad del Ceev, Comité Européen des Entreprises Vins – sono diversi: se la Francia predilige il calcolo dell’impronta del carbonio, la Spagna considera l’impatto sul cambiamento climatico e l’Italia, attraverso iniziative come Tergeo, mette insieme la gestione del suolo e dell’acqua la qualità dell’aria e la tutela della biodiversità». «Occorre – ribadisce Alison Odder della Fao – non perdere di vista l’obiettivo di conservare le risorse naturali tramite un uso più efficiente degli input, senza perdere di vista la missione di produrre». Un approccio sintetizzato nella sigla “Save and grow”, che vede nel risparmio e nella conservazione la chiave di crescita e sviluppo. Indicazioni fatte proprie da Constellation wines, uno dei maggiori produttori mondiali di vino, la cui case history è stata presentata in occasione del convegno.

Indici a confronto

In Italia l’indice più utilizzato per misurare (e aumentare) la sostenibilità è l’impronta di carbonio (include tutti i gas serra rilasciati in atmosfera nel processo produttivo). Itaca è il calcolatore messo a punto dallo studio agronomico Sata, utilizzato dalle aziende che aderiscono a Tergeo (progetto di Uiv). L’istituto di certificazione Csqa e Valoritalia hanno elaborato (progetto CO2Resa) un registro delle emissioni utile per il calcolo del credito in carbonio mentre la World biodiversity association, un’onlus con sede a Verona, promuove la prima certificazione per la tutela della biodiversità in agricoltura. E ancora non basta. Per Joël Rochard, presidente dell’Institut de la Vigne et du Vin de France «l’attuale profonda crisi di reperimento delle materie prime rende necessario il controllo e il monitoraggio di utilizzo anche dell’acqua».

«Il problema climatico – aggiunge Sakkie Pretorius della Macquirie University in Australia – si affronta insistendo sul contenimento dei costi di energia (il 70% di quella impiegata in cantina è assorbita dalla refrigerazione)». «In più le aziende vitivinicole – afferma Jeremy Dyson, rappresentante delle industrie europee di Crop Protection – devono razionalizzare l’impiego degli agrofarmaci e degli altri input produttivi per contenere le perdite e le dispersioni a vantaggio del conto economico e della biodiversità».

Indici e impegni di sostenibilità da armonizzare al meglio, per poterli gestire nelle strategie di comunicazione. In modo da non perdere di vista l’obiettivo più importante, ovvero la valorizzazione commerciale.

Etichette in Usa

«In catene della gdo americana come BEvmo, Jungle Jim e Wholefood – testimonia Daniele Tirelli (Iulm di Milano) – sono già venduti come sostenibili molti vini prodotti oltreoceano». In questo mercato la sostenibilità è infatti già occasione non solo di certificazione ma anche di benchmark, grazie a iniziative come quella di Brit (Botanical research institute del Texas) che ha allestito un premio di sostenibilità (Yalumba, la più antica azienda australiana, è la cantina vincitrice nel 2013).

Insomma, in mancanza di armonizzazione, il rischio è quello di subire gli standard imposti da altri. «Forse – dubita Christy Slay di The Sustainability Consortium – non stiamo dando il giusto messaggio: la mancanza di approcci armonizzati non ci consente di differenziare credibilmente le varie etichette in base alla sostenibilità». E se lo dice questo consorzio, che associa colossi della distribuzione come Walmart, Tesco e altri, bisogna crederci (e preoccuparsi).

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