Tappi, alternativi o no?

Una scelta che sempre più tiene conto della strategia commerciale e del mercato di destinazione


tappi

È essenzialmente una questione di mercato e sempre più di packaging. Dopo un percorso ad ostacoli risolto (anche dal punto di vista normativo) con il DM 16 settembre 2013, che – fermo restando le eventuali restrizioni dei disciplinari di produzione – ha liberalizzato l’impiego dei materiali alternativi anche per i vini Docg, la scelta del tappo, in sughero piuttosto che a vite, in vetro o sintetico, è di fatto rimessa alla valutazione, non più soltanto tecnica, dell’imbottigliatore.

Tra l’altro studi e ricerche tecnologiche hanno reso sempre più efficaci i metodi di monitoraggio analitico dei materiali a favore – sia per quanto riguarda il sughero ma anche rispetto alla risposta tecnologica dei materiali alternativi – della loro affidabilità tecnologica e sanitaria.

L’obiettivo non è più soltanto assicurare una corretta conservazione tutelando la shelf-life dei vini in bottiglia, ma è anche quello di incuriosire, personalizzare e agevolare il servizio, assecondando gli orientamenti di mercato e le tendenze dei consumatori.

Il Tca è ancora l’ago della bilancia?

Un elemento di valutazione tra turacciolo e tappi alternativi è tradizionalmente legato al fatto che il sughero può essere causa di anomalie olfattive e cioè del difetto di muffa (più comunemente gusto di tappo) essenzialmente dovuto al 2,4,6-tricloroanisolo (Tca), in grado di modificare i clorofenoli presenti nel sughero. Negli ultimi anni tuttavia la ricerca tecnologica applicata dall’industria ha fornito risultati di primo piano a tutti i livelli (alternativo e non) e, per quanto riguarda il sughero, ha messo a punto tipologie e modelli di tappi (anche certificati) in grado di fornire una buona affidabilità anti-Tca, riducendo a livelli minimali il rischio del cosiddetto sentore di tappo.

Tra l’altro, accanto alle ottime caratteristiche fisiche del sughero, come l’elasticità e la tenuta che lo rendono particolarmente idoneo alla conservazione dei vini, in particolare i rossi di lungo invecchiamento, la scelta – almeno dal punto di vista tecnico – è anche legata alla valutazione della concreta necessità del tappo in sughero rispetto alla tipologia di vino nonché alla shelf-life e ai tempi di probabile consumo.

Basti dire che, dopo la liberalizzazione (anche per i vini Docg) che ha aperto al potenziale impiego di tutti i materiali per tutte le tipologie di vino, sono diverse le filiere vitivinicole Dop che – pur potendo mantenere (per necessità enologiche piuttosto che per tradizione) il vincolo del tappo in sughero nell’ambito dei disciplinari di produzione – hanno invece aperto alla possibilità alternativa.

è evidente quindi che, tranne alcuni casi, in cui si preveda un lungo affinamento o comunque una prospettiva di una lunga shelf-life, la scelta del sistema di chiusura è sempre più spesso affidata al mercato e agli orientamenti commerciali.

Screw cap surprise

Cresce sempre più l’offerta commerciale di tappi e chiusure, un assortimento di soluzioni diverse utile a soddisfare (in alcuni casi anticipare) le richieste – tecniche, economiche o soltanto di packaging – dei consumatori. E se il sughero, nonostante la recente deregulation guidata, rimane il materiale più gettonato e più frequentemente presente sul mercato, le soluzioni alternative al turacciolo confermano un trend positivo e crescente, soprattutto sugli scaffali esteri.

Tra queste, il tappo a vite – notoriamente apprezzato in alcuni mercati quali Australia, Nuova Zelanda e Paesi Scandinavi anche perché più comodo – sembra riservare (accanto alle indagini di mercato che negli ultimi anni ne hanno confermato un apprezzamento in crescita da parte del consumatore) buone prestazioni anche sotto il profilo tecnico: una ricerca condotta dall’Australian Wine Research Institute ha infatti comparato, dal punto di vista analitico ed organolettico, un vino bianco (lo stesso) ottenuto da uve Sémillon, imbottigliato, conservato per dieci anni e chiuso con diversi materiali, dal sughero fino al tappo a vite. Ebbene, i risultati dell’Istituto di Ricerca Australiano avrebbero sostenuto la validità tecnica, anche nei casi di medio-lungo affinamento, dei tappi a vite, come anche confermato dalla valutazione dei vini chiusi con screw cap rispetto agli altri campioni.

Cosa dice il mercato

Rischio-Tca a parte, notevolmente ridimensionato in alcune tipologie di tappi in sughero grazie ai risultati della ricerca applicata all’industria enologica, nella valutazione dei tappi non è secondaria la comodità d’impiego che, nel caso del tappo a vite o in vetro, è essenzialmente riconducibile alla possibilità di richiudere facilmente la bottiglia dopo l’apertura. C’è da dire che anche la ricerca tecnologica, che come detto ha fornito risultati positivi anche sul fronte dei tappi alternativi in termini di uniformità delle caratteristiche fisico-chimiche e delle performance enologiche, ha contribuito a coinvolgere, tra i criteri di scelta delle soluzioni oggi disponibili, elementi di natura più commerciale.

Non a caso sono presenti sul mercato soluzioni che – oltre alla efficacia tecnica, da misurare in considerazione della tipologia e delle caratteristiche dei vini – rivendicano un ruolo sono spesso innovativo e personalizzato, utili strumenti di marketing e di riconoscibilità sulla scaffale. Proprio per questo motivo, sempre più spesso le imprese vitivinicole utilizzano, a seconda della destinazione commerciale dei propri vini (anche dello stesso vino), diversi sistemi di chiusura a seconda dei diversi livelli di apprezzamento per il sughero oppure, soprattutto all’estero, per i materiali alternativi al turacciolo.

In tal senso, adeguare la visuale commerciale e le strategie di marketing rispetto agli orientamenti commerciali ed ai mercati di riferimento, rappresenta un’opportunità non di poco conto.

 

L’articolo è pubblicato su VigneVini n. 5/2016

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