Chi si sarebbe aspet

Tecnologie innovative di filiera e infrastrutture commerciali per rilanciare la coltura del pero

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Chi si sarebbe aspettato un mercato schizofrenico come quello di cui sono protagoniste le pere in questo avvio di campagna autunnale? Nonostante il grande affollamento di frutta estiva (e la conseguente, deludente chiusura della campagna delle pesche-nettarine), il mercato delle pere, pure cominciato bene, è partito al rialzo con prezzi superiori a quelli già soddisfacenti della campagna 2012. Prezzi oscillanti da 0,60 a 0,90 €/kg in campagna: le pere Conference e Abate Fétel si sono dimostrate ancora una volta un binomio vincente in mezzo alla martoriata produzione frutticola 2013 che ha sopportato gravi danni da grandine, ma anche perdite sanitarie in varie parti del Nord e del Sud.
Le pere, dunque, sono uscite dal cono d’ombra in cui sono rimaste per anni, con una produzione nazionale però abbondantemente scesa sotto i 10 Ml t. Vogliamo sperare che i reiterati appelli formulati per anni dagli esperti più responsabili abbiano sortito effetto affinché si prendesse coscienza dell’importanza dell’intera filiera produttiva, per garantire un’alta qualità di prodotto e per non esaurire nella sola analisi dei fattori colturali i motivi della scalarità della coltura (applicazione di disciplinari di produzione integrata rispetto alle regole che vogliono l’abbattimento e il rispetto dei limiti dei residui, tracciabilità del prodotto, ecc.) e quindi l’idea che anche il pero fosse preso dal vortice della generale crisi frutticola.
Filiera significa anzitutto innovazioni tecnologiche, cioè ricerca e sviluppo, che devono migliorare tutto il processo produttivo, comprese le epoche di raccolta e le modalità di maturazione in prevendita delle pere, i metodi di packaging e l’uso di nuovi imballaggi, una logistica moderna basata sull’efficienza dei trasporti e su piattaforme distributive, tentacolari, coinvolgenti i siti di arrivo del prodotto esportato in modo da aprire nuovi sbocchi commerciali. Per troppi anni i nostri operatori commerciali hanno curato solo i mercati interni, si sono accontentati della domanda nazionale, lasciandosi scappare grandi opportunità per l’estero (si legga l’articolo di Palmieri/Pirazzoli).
Le novità che salutiamo volentieri sono dunque il Progetto nazionale di ricerca Ager-Innovapero, sostenuto da tredici Fondazioni bancarie (che vi hanno investito oltre 3.500.000 €), giunto alla fine del triennio e di cui un’apposita nota (Costa et al.) anticipa in questo numero della Rivista i lineamenti degli obiettivi raggiunti. Erano decenni che aspettavamo uno stimolo così determinante a favore delle pere, per migliorarne la coltivazione e ridare fiducia al mondo produttivo. Per fortuna la sussidiarietà privata operata dalle Fondazioni ha potuto sopperire al deficit di fondi pubblici dedicati e consentire la nascita di un mega progetto coordinato che il Paese non avrebbe avuto la possibilità di conseguire.
Occorre riconoscere anche l’impegno di alcune Regioni, come Emilia-Romagna e Veneto, che mai hanno smesso di dedicare attenzione e iniziative affinché la coltura del pero, fortunatamente meno frazionata ed articolata di quelle di pesche, mele e agrumi, imboccasse una strada di consapevolezza delle proprie possibilità, vincendo gli handicap e le remore che finora per troppi anni l’hanno resa succube della disorganizzazione e delle forze di controllo dei mercati. Vorrei citare soltanto una persona, Tiberio Rabboni, Assessore all’Agricoltura della Regione Emilia-Romagna, che tanto ha insistito per accrescere il potere di aggregazione delle Associazioni di Produttori al fine di poter meglio fronteggiare le GDO e i mercati globali in cui anche le pere devono imparare a muoversi.
Due sono stati i traguardi raggiunti nel corrente anno (si vedano i due box nel presente articolo a cura dei due responsabili, Gabriele Ferri e Gianni Amidei):
1) è stato costituito l’organismo interprofessionale della pera (Oi-Pera, vedi Rivista di Frutticoltura, n. 10, 2012) che, sulla base di quanto si va facendo col pomodoro e altre derrate agrarie, potrà imporre regole comuni, standard qualitativi e azioni di difesa del prodotto a livello europeo (ancorché l’Oi Pera non sia stata ancora riconosciuta a livello europeo); ben difficile sarà l’ottenimento di quanto auspicato dall’applicazione dell’erga omnes (affinché qualsiasi norma o misura regolatrice dei mercati sia imposta a tutta la produzione di pere, anche al di fuori delle APO).
2) la costituzione di “PeraItalia”1, un gruppo di nove associazioni, cooperative ed operatori che ha come obiettivo quello di giungere ad un marchio unico, soprattutto per l’export, in modo di fare “sistema”, di unificare iniziative promozionali all’estero, pur rispettando in un primo momento anche i singoli marchi fidelizzanti.
Abbiamo davanti agli occhi l’esempio positivo del gruppo FROM (Trentino-Alto Adige principalmente) che, per poter penetrare in Russia in modo incisivo ed efficiente, razionalizzando le iniziative di tanti aspiranti esportatori, ha stabilito regole ed azioni comuni che nell’arco dei primi tre anni hanno dato un esempio molto positivo, da seguire.
Per le pere si stanno dunque dischiudendo aperture di filiera e di mercato, con probabili favorevoli riflessi sul prezzo ai produttori. Sarebbe veramente straordinario se il recupero di valore aggiunto delle nostre produzioni potesse essere condiviso con le imprese frutticole, che spesso ne sono rimaste e ne rimangono tuttora escluse. Solo il futuro ci dirà se è bastato prendere queste iniziative per imboccare la strada giusta. Intanto rivolgiamo un caloroso appello agli Enti di ricerca regionali e nazionali e alle stesse Fondazioni bancarie, che si sono fatte carico, per la prima volta, di un progetto nazionale come Ager-Innovapero, di non “staccare la spina”, ma di continuare a sostenere la ricerca tecnologico-innovativa in un settore così determinante per l’economia di molte regioni, come quello della pericoltura.

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