Una buona redditività, l’ampia adattabilità colturale e la crescente disponibilità di nuove tipologie di prodotto, con frutti a polpa verde, gialla o rossastra,sembrano prefigurare scenari di crescente dinamismo nel trading internazionale. A prescindere dalla batteriosi.

Un frutto globale in cerca di diversificazione produttiva

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Nel corso degli ultimi 10 anni, secondo i dati della FAO (Food Agricultural Organisation) la produzione delle specie frutticole più diffuse (mele, pere, frutta a nocciolo, banane ed agrumi) è aumentata, seppur in misura più o meno consistente a seconda del tipo di frutta. Tra il 2002 ed il 2012 la produzione mondiale di frutta fresca è cresciuta di circa un terzo (+28,8%), raggiungendo l’ammontare complessivo di quasi 620 Ml t.
 
Un contesto globale

In questo contesto spicca il dinamismo produttivo dell’actinidia (kiwi). Il kiwi non può essere ricompreso nel paniere delle più importanti produzioni frutticole mondiali però è un frutto che cresce velocemente; la produzione, nel periodo analizzato in precedenza, è salita da circa 1,1 Ml t ad oltre 1,8 Ml (+61,6%). In questo contesto l’Italia è il secondo produttore mondiale dietro la Cina ed il principale produttore europeo davanti a Grecia, Francia e Spagna. I principali produttori extra-comunitari sono invece la Nuova Zelanda ed il Cile. I primi 5 Paesi produttori (Cina, Italia, Nuova Zelanda, Cile e Grecia) pesano per una percentuale stimabile intorno all’85% dell’offerta totale. Tuttavia, nei Paesi produttori, alla crescita della disponibilità di questo frutto non ha sempre corrisposto un andamento altrettanto dinamico dei consumi interni. Per questo motivo il kiwi ha un’elevata propensione all’export (misurata dal rapporto tra la produzione e le esportazioni globali annue). In base a questo indicatore, si può dire che nel 2012, in base al rapporto tra produzione ed export di kiwi, per ogni 100 frutti prodotti nel mondo circa 60 sono stati consumati al di fuori del Paese di origine (Tab. 1). In particolare, la maggiore produzione ha da subito trovato una valvola di sfogo nel commercio globale, quello inter-emisferico in particolare. L’allargamento del bacino di produzione ai Paesi di entrambi gli emisferi ha portato allo sviluppo di un’offerta svincolata dalle stagioni, rendendo in pratica il frutto disponibile sul mercato mondiale durante l’intero arco dell’anno. In questo contesto, i Paesi dell’Emisfero Sud (Cile e Nuova Zelanda) hanno sfruttato appieno la sfasatura nelle stagioni di produzione e, dunque, la possibilità di potere giungere sul mercato europeo con la propria offerta in un periodo in cui non c’è prodotto comunitario.
 
Luci e ombre

Lo scenario del mercato del kiwi per gli anni a venire delinea una situazione a luci ed ombre: da un lato, le tecniche in costante miglioramento e la disponibilità in futuro di varietà a polpa verde, gialla e rossa, in alternativa alla tradizionale Hayward (cultivar a polpa verde dal sapore asprigno, caratteristica non apprezzata su tutti i mercati), insieme al marketing potranno dare un nuovo impulso ai consumi di questo prodotto; dall’altro, una produzione mondiale che si prospetta in crescita a fronte di una stagnazione di consumi nel mercato dell’Ue, che è la destinazione finale delle esportazioni di tutti i principali Paesi produttori, potrebbe generare fenomeni di flessione delle quotazioni del prodotto. Su tutto grava l’incognita della Cina che più che un Paese è un piccolo continente, dove i tre quarti della popolazione, pari all’incirca ad ottocento milioni di persone, vive ancora di agricoltura ed il kiwi è una coltura che ha una lunga tradizione produttiva. Le importazioni cinesi sono in costante crescita, ma si attestano su livelli ancora molto bassi (intorno alle 50.000 t) rispetto ai volumi complessivamente scambiati sul mercato mondiale. Il quadro competitivo che si delinea è quindi quello di un mercato dove il consumatore sarà sempre meno sensibile all’origine del frutto, che verrà scelto rispetto ad altri componenti del paniere ortofrutticolo per le sue caratteristiche tattili e visive (consistenza, spessore della buccia, dimensioni, conformazione) e per l’appagamento che saprà trasmettere ai sensi dei consumatori in termini di gusto.

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