I vigneti della Serenissima rinascono nella Laguna

Il Consorzio Vini Venezia ha individuato 68 vitigni (3 ancora ignoti). A Torcello nasce un impianto dimostrativo. Un lavoro che prosegue grazie a numerose segnalazioni spontanee


I vigneti e le pergole nella Serenissima.

Campionare e riprodurre le antiche viti di Venezia per dare nuova vita al patrimonio viticolo della città lagunare da cui è partita la moderna viticoltura della terraferma e da cui ebbe inizio l’antica tradizione del commercio del vino. È questo l’ambizioso progetto portato a termine dal Consorzio Vini Venezia che, dal 2010, ha dato vita, insieme all’Università di Padova e Milano, il CRA-VIT di Conegliano e altri soggetti, a una ricerca che ha permesso di creare una mappatura delle vecchie piante presenti nel territorio della Laguna, per realizzare due vigneti che costituissero una banca genetica delle varietà identificate con l’analisi del DNA. Oggi questi due vigneti sono una realtà: uno è sorto a Torcello, con la ristrutturazione di un vecchio vigneto, e l’altro è in realizzazione all’interno del convento dei Carmelitani Scalzi.

Isole battute a tappeto

L’obiettivo del Consorzio Vini Venezia era quello di scoprire l’origine, la provenienza e le caratteristiche delle viti ancora presenti nel territorio della Serenissima, attraverso lo studio del materiale genetico prelevato dalle piante. Nel 2010, grazie al supporto del professor Attilio Scienza, in collaborazione con un gruppo di tecnici dell’Università di Padova e Milano, il Centro di Ricerche per la Viticoltura di Conegliano e l’Università di Berlino, si è intrapreso un lavoro di recupero di vecchi vigneti sparsi fra Venezia e le isole della Laguna, ricercando all’interno di conventi, broli, giardini e altri luoghi, nella speranza di rintracciare esemplari che si fossero salvati dalla fillossera. Per scoprire l’identità e l’entità del germoplasma viticolo della terra dei Dogi, è stata pianificata un’indagine a tappeto su tutto l’areale. Le piante da campionare sono state selezionate in base all’assenza di informazioni precise sulla loro identità da parte dei proprietari e al fatto che queste presentassero un aspetto morfologico che non riconducesse con chiarezza ai principali vitigni noti. I campionamenti sono stati effettuati in 11 località comprese tra la laguna nord (isola di Torcello, delle Vignole e di S. Erasmo), Venezia città e la laguna sud (Lido Alberoni, S. Lazzaro degli Armeni e Pellestrina).

L’identificazione delle varietà

Come riscostruito nel libro dal titolo Il vino nella storia di Venezia, che racconta il progetto, sono state campionate complessivamente 68 piante.

L’identificazione varietale della vite è stata affrontata con tecniche moderne di analisi del DNA (estratto dalle foglioline) che ha consentito di ottenere l’impronta genetica della vite, ovvero il suo profilo molecolare, e di fare un confronto con la banca dati del Centro di Ricerca per la Viticoltura di Conegliano e con i dati di letteratura, portando all’identificazione di quasi tutte le viti campionate.

Sono stati ottenuti 25 profili molecolari, 22 dei quali corrispondono a varietà già identificate. In particolare, si tratta di 20 varietà di Vitis vinifera L., 14 uva da vino e 6 uva da tavola, e di 2 ibridi interspecifici molto noti, il Baco noir ed il Villard blanc. Tra le varietà da vino sono prevalenti quelle a bacca bianca, cioè Albana, Dorona, Garganega, Glera (o Prosecco), Malvasia istriana, Moscato giallo, Tocai friulano, Trebbiano toscano, Trebbiano romagnolo, Verduzzo trevigiano e Vermentino; le rimanenti sono a bacca nera, cioè Marzemino, Merlot e Raboso veronese. Anche tra le uve da tavola prevalgono quelle a bacca bianca. Sono state trovate Italia, Sultanina, Regina dei vigneti e S. Anna di Lipsia (o Luglienga), a bacca bianca, ed il Moscato d’Adda, a bacca nera. Nell’isola di S. Lazzaro degli Armeni, inoltre, nelle proprietà del monastero è stata identificata una varietà denominata Rushaki, a bacca bianca, a duplice attitudine. Si tratta di una costituzione recente, ottenuta nel 1932 da incrocio tra Mskhali e Sultanina presso l’Istituto armeno di ricerca per la viticoltura, l’enologia e le piante arboree di Yerevan. Evidentemente questa varietà è stata importata dall’Armenia nella laguna di Venezia. Sette piante non sono state identificate, ma si è potuto dedurre che si tratta di 3 varietà, che sono state raggruppate con le sigle sconosciute G1, G2 e G3. In particolare, il genotipo G1 ha un profilo molecolare con caratteristiche tipiche delle viti selvatiche di origine americana, quindi si può concludere che si tratta di un altro ibrido interspecifico. Il genotipo G2, individuato nel monastero di S. Lazzaro degli Armeni, potrebbe rappresentare un caso analogo a quello del Rushaki, ma al momento non sono stati trovati riscontri con dati di letteratura utili per l’identificazione. Invece per il genotipo G3 di quattro piante trovate a Pellestrina sono in corso ulteriori approfondimenti. I tre genotipi rimasti senza identificazione rappresentano una delle sfide per il futuro. Essi potrebbero essere riconosciuti attraverso un incremento delle informazioni contenute nei database molecolari internazionali. Al momento, dalla ricerca emerge che, ad eccezione del Rushaki, non vi è una particolare eredità di vitigni antichi di provenienza estera.

Sotto le pergole del Torcello

Con parte del materiale ritenuto interessante e meritevole di maggiore attenzione è stato realizzato, con l’aiuto della Regione Veneto, un vigneto a Torcello, ristrutturando un vigneto che risale agli anni ‘70. «La parte più importante dell’impianto – spiega Carlo Favero, direttore del consorzio – è stata realizzata nell’inverno del 2014, il pergolato ed altri filari saranno invece completati appena avremo disponibilità del materiale in moltiplicazione». Quel vigneto può essere considerato un vero e proprio museo a cielo aperto che raccoglie le varietà ritrovate nel corso della sperimentazione che ha portato a setacciare giardini, broli e altre proprietà. «La disponibilità delle comunità religiose- continua Favero-, delle aziende ed anche dei privati hanno consentito la visione delle piante ed il prelievo di campioni per effettuare il DNA di quelle che risultavano di origine incerta o avevano comportamenti particolari. Questo ci ha permesso di raccogliere un patrimonio di varietà molto interessante formato da tipi di viti conosciute ma con “habitus” non caratteristici e particolarmente resistenti alle malattie, accanto ad altre sconosciute».

In questi due vigneti saranno collezionate anche altre varietà locali riscoperte dagli istituti di ricerca locali anche in altre aree dell’entroterra ed in corso di valorizzazione, fra queste ricordiamo la Recantina, la Turchetta, il Grappariol ed alcune varietà meritevoli di attenzione. Sono state moltiplicate varietà internazionali recuperate nella città di Venezia per le quali è stata notata una forte resistenza alle principali malattie della vite.

Un possibile serbatoio di resistenze

«Abbiamo trovato una vite di Tocai friulano di 140 anni circa che, con solo uno o due trattamenti porta a maturazione una cinquantina di chilogrammi di uva completamente sana – spiega Favero –. Due viti di Glera quasi integre sono state individuate in un vigneto completamente distrutto da peronospora e oidio. Una vite di Raboso non trattata da anni, aveva uva sanissima. Abbiamo trovato delle viti di Terra Promessa portate da un Padre Carmelitano fra le due guerre che, con pochissimi interventi, porta a termine dell’uva bellissima; la microvinificazione effettuata evidenzia un prodotto di non grande interesse commerciale ma grande interesse sotto il profilo della biodiversità». Per il Consorzio Vini Venezia non si poteva non porre attenzione a queste situazioni e nei prossimi anni si potrà sapere se questi comportamenti siano dovuti a soli fattori ambientali o se questi individui abbiano sviluppato delle particolari resistenze.

La memoria delle Malvasie

«Attualmente – prosegue Favero – sono in corso altre verifiche, riceviamo continuamente segnalazioni da parte di cittadini veneziani che ci informano di avere viti nei propri giardini di cui non conoscono la provenienza. In questi vigneti raccoglieremo anche una importante collezione di malvasie in quanto la Malvasia è parte fondante della storia commerciale e vitivinicola della Serenissima».

Quello del Consorzio Vini Venezia è un progetto che ha una valenza anche culturale, che si propone da un lato di valorizzare il patrimonio viticolo lagunare e dall’altro di salvaguardarne la biodiversità. Un lavoro che guarda al passato con gli occhi proiettati al futuro, come sottolineano i vertici: «Da sempre il Consorzio Vini Venezia si è interessato alla viticoltura nella laguna e nella città di Venezia per il ruolo che aveva ricoperto la Serenissima nel commercio del vino, oggi questo studio ci ha permesso di compiere un passo in avanti ma il nostro impegno non si ferma qui: oltre a custodire i vitigni vogliamo effettuare anche delle micro-vinificazioni per verificare se hanno delle potenzialità commerciali». Tra i progetti già in fase di sviluppo vi è anche la riqualificazione dell’intero giardino del Convento dei Carmelitani Scalzi di Venezia. Saranno presenti ben 7 aiuole, il prato verde, l’orto dei semplici, l’orto alimentare, il vigneto, il frutteto, l’oliveto ed il bosco. Mentre sono 14 le coltivazioni, la Passiflora, il melograno, i tre noci, le spezie ed erbe aromatiche, i frutti di bosco, il pergolato di rose, l’aiuola della passione, il campo fiorito, l’aiuola con kaki, l’aiuola con kiwi, gli alberi medicinali, gli alberi di alloro, l’Iris ed i rampicanti. Nel vigneto collezione presso il brolo del Convento dei Carmelitani Scalzi, ci sarà spazio anche per la collezione degli incroci che il prof. Luigi Manzoni ha realizzato nella prima metà del secolo scorso.

Per il Consorzio Vini Venezia il giardino dei Carmelitani diverrà un’oasi aperta ai turisti che tuteli la biodiversità e racconti una storia e una tradizione che hanno radici profonde.


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