68° CONGRESSO ASSOENOLOGI –

Le sfide: recuperare il gap del prezzo medio con la Francia. Affrontare gli effetti del global warming in vigneto

Vino, il futuro è terra straniera

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Zero giacenze: il consumo mondiale del vino (in crescita) ha raggiunto il valore della produzione (in calo). Una situazione impensabile solo pochi anni fa, che spinge a riconsiderare strategie e politiche. «Ha ancora senso sostenere in Europa la battaglia per la proroga del blocco degli impianti nei territori delle denominazioni di origine?»

È la provocazione lanciata da Piero Antinori nel corso del 68° Congresso Assoenologi che si è tenuto ad Alba (Cn) dal 4 al 7 luglio. «In Italia – dice il produttore toscano – siamo ancora condizionati dal problema eccedenze, ma la tendenza del consumo è quella di superare il valore della produzione, una situazione da sfruttare per creare nuova ricchezza. La proroga di vincoli burocratici in tutte le zone a doc può condizionare la nostra potenzialità , offrendo chance ai competitor del nuovo mondo». L’Italia enologica, insomma, deve archiviare la tattica del “catenaccio” e puntare ad uno spumeggiante gioco d’attacco, perché nella competizione mondiale c’è molto da fare. «Dobbiamo migliorare l’immagine di qualità, i prezzi medi sono troppo lontani da quelli francesi (3,64 $ a bottiglia in Usa contro 7,36), e accusiamo un gap in mercati importanti come quello cinese». Su quali carte puntare per colmare ildivario?

Territorio

“Cinquant’anni di doc: il territorio, il vino, l’enologo” è stato il tema centrale del Congresso di Alba. «Pochi decenni fa – ricorda Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi e presidente del Comitato nazionale vini – il 90% dei vini italiani era senza gloria. Dal 1963, grazie a contrastati interventi normativi, i vertici della qualità passano sempre dall’origine. Ora tocca a noi fare le scelte giuste per perfezionare la normativa esistente». L’abuso del legame con il territorio ha però incentivato il vizio del campanilismo produttivo, non consentendo di superare i vincoli di dimensioni produttive troppo ridotte.

Dimensione

Un problema superato in Puglia dalla Cantina Due Palme. Angelo Maci, presidente, è un raro esempio di imprenditore privato che ha puntato sulle cantine sociali. Aggregando i produttori del Salento ha creato una struttura da 7 milioni di bottiglie all’anno (obiettivo 15 milioni entro il 2020), fortemente orientata all’export (75% del fatturato) che ha saputo virare l’immagine del vino pugliese verso la qualità. «L’obiettivo è sempre stato quello di dare dignità al produttore – dice – puntando al recupero delle radici del territorio, ma in un’ottica di sviluppo sostenibile».

Know-how

«Dobbiamo smetterla di dire che le dimensioni sono tutto – ribatte Angelo Gaja -. Fino a pochi anni fa si imputava ai piccoli artigiani la colpa di frenare la crescita del vino».

Secondo l’illuminato produttore piemontese è invece questione d’equilibrio: un fattore di forza del vino delle Langhe è il peso produttivo bilanciato (30-30-30) tra piccoli produttori, grandi imbottigliatori e cooperative. «Non dico che piccolo sia bello. Piccolo invece è utile, perché gli artigiani del vino hanno incrementato la cultura del fare, del saper fare e del saper far fare. Ora si tratta di far sapere, con un’illuminata gestione dell’informazione».

Scienza e tecnologia

«È vero – riconosce Riccardo Cotarella, uno degli enologi italiani più conosciuti e più attivi anche all’estero, fresco neo presidente dell’Associazione – sono stati i produttori illuminati a fare grandi le grandi zone viticole, ma ci sono riusciti grazie alla scienza. È così che recentemente produzioni italiane come Nero d’Avola, Amarone e Aglianico hanno raggiunto vette qualitative inedite. E sarà grazie alla scienza e alla diffusione della conoscenza che supereremo la nuova importante sfida innescata dall’effetto del cambiamento climatico».

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