ASSOENOLOGI –

Le strategie per consolidare la competitività al centro del 69° Congresso di San Patrignano

Vino, l’export può ancora crescere ma la sfida è sulle nostre tavole

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Il vino celebra il record dell’export (5 mld di fatturato nel 2013) ma il consumo in Italia è di 40 litri pro-capite (un terzo di quanto si beveva 40 anni fa) ed entro 10 anni siamo destinati a scendere a 35. Le aziende viticole italiane sono 700mila, con una superficie media attorno a un ettaro. Tra 20 anni, se non cambia il quadro tecnico e commerciale, saranno probabilmente la metà. I numeri non mentono e mostrano quali siano le sfide vinte e i problemi ancora da superare per il vino italiano.

Per questo, per il 69° Congresso nazionale che si è tenuto dal 1 al 4 giugno presso la Comunità di San Patrignano (Rimini), Assoenologi ha organizzato un serrato confronto, moderato da Bruno Vespa, sulle strategie per vincere le sfide di domani.

«Del resto, qual è la missione di noi enologi?». Il quesito di Riccardo Cotarella, rivolto agli oltre 800 soci presenti al Congresso, non prevedeva risposte affrettate. «Non dite “fare vini buoni”: è scontato per dei professionisti». Secondo il presidente di Assoenologi, in un contesto di crescente competitività, la sfida più importante è quella di “conoscere e di far conoscere”.

Ovvero: non si può aspirare a vendere i nostri vini se non si conoscono le strategie dei concorrenti e le abitudini culinarie, la storia, la cultura religiosa dei consumatori dei diversi mercati. «Quanti sanno ad esempio che in Israele il 2014 è, per questioni religiose, un anno di riposo per la vite? I Francesi si stanno attrezzando per dissetare nel 2015 gli israeliani con vino kosher: opportunità come queste vanno colte anche in Italia».

La variabile prezzo

Anche in nuovi mercati come la Cina: a San Patrignano Zhou Xiao Yan, esportatrice di spicco attraverso la società Huaxia di cui è presidente, ha portato la buona notizia della crescita, a lungo attesa, dell’export di vino italiano in Cina (+9% nei primi tre mesi dell’anno) mentre quello francese cala (-7%). Una crescita legata proprio a una migliore conoscenza della nostra qualità. In Germania invece è la variabile prezzo ad incidere maggiormente. «È uno dei nostri sbocchi preferenziali – ha detto l’esportatore Francesco Sorrentino –. Ma è anche il Paese più attento al rapporto qualità-prezzo e questo ci crea difficoltà a contrastare soprattutto la Spagna, capace di posizionare etichette “dignitose” attorno a 7 euro/bottiglia (circa 2,3 € alla cantina)».

Una rincorsa sui prezzi che non convince Oscar Farinetti. Proprietario di Fontanafredda, la maggiore azienda viticola delle Langhe e ideatore di “vino libero”, Farinetti è anche fondatore di Eataly, una catena che, con 15 punti vendita in tutto il mondo, è tra le principali esportatrici dell’italian lifestyle. «Biodiversità, “pulizia” e qualità ha detto – sono i punti di forza delle nostre produzioni. Per questo la “distintività” deve essere il primo ingrediente da curare. Con la semplice mossa di un unico marchio “Italia” possiamo crescere di 20 punti sbaragliando tutti i falsi e le imitazioni». «È l’abbinabilità – ha aggiunto Ettore Nicoletto, di Santa Margherita – il vero tratto distintivo del nostro vino che gli consente di essere impiegato non solo nella nostra cucina ma anche in quella asiatica». Santa Margherita è tra i battistrada dell’export di vino e Nicoletto in Romagna ha affermato che l’obiettivo di crescere di un ulteriore 50% all’estero, come auspicato allo scorso Vinitaly dal primo ministro Matteo Renzi, sia un obiettivo possibile e ha posto il traguardo del 2020 per realizzarlo.

Intesa bipartisan

Ne è convinto anche Massimo D’Alema, neo produttore di vino (questo è il primo anno di produzione di La Madeleine, l’azienda zootecnica umbra, poi convertita alla vite, che ha rilevato nel 2009). «Gli spazi per crescere all’estero ci sono – ha detto – visto che il mercato del vino nel mondo non arriva a 60 miliardi di euro, mentre una bibita come la Coca Cola da sola supera i 110 miliardi». La ricetta di D’Alema parte da una giusta attività di promozione e da un rinnovato spirito di squadra. «Dobbiamo collaborare con la Francia – ha detto – per contrastare la demonizzazione del consumo di vino». Anche perché, come ha ricordato, Italia e Francia sono sempre ai vertici degli indici predisposti dall’Onu per misurare il benessere nazionale, «un primato a cui non può essere estraneo un consumo moderato di vino». Una riabilitazione del vino richiesta anche da Letizia Moratti, che a San Patrignano svolge il ruolo di padrona di casa, visto che sostiene e amministra da anni assieme al marito Gianmarco la Comunità fondata da Vincenzo Muccioli. «Occorre fare attenzione – ha ammonito – agli accostamenti che si fanno in questi giorni tra droghe leggere e vino, un pretesto per una facile depenalizzazione». «Il vigneto italiano va salvaguardato – ha continuato –. Proprio qui a San Patrignano ho imparato quanta autostima e rispetto possa insegnare la cultura del vino». Ma oltre a questo serve redditività: il vigneto italiano ha perso per strada 276mila ettari, un quarto della sua estensione solo negli ultimi 20 anni.

Una valvola di sfogo

«La nostra missione di cooperativa – ha detto Carlo Dalmonte di Caviro – è quella di valorizzare il lavoro dei soci. La produzione italiana è diminuita, ma il consumo è calato di più: l’export è una valvola di sfogo obbilgata». Una valvola che non tutti i produttori possono aprire. A San Patrignano Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi è stato l’unico relatore che ha azzardato una risposta alle pressanti richieste di numeri e previsioni da parte di Bruno Vespa. «Se non interverranno variabili auspicabili – ha detto – come delle campagne di comunicazione in grado di riavvicinare i giovani alla cultura del vino, il consumo interno è destinato a scendere ancora. E l’effetto sulle aziende si farà sentire: la maggioranza non è in grado di raggiungere i mercati esteri». E a rischiare potrebbe così essere la metà delle aziende viticole.

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